19 Luglio a Palermo: per mille anni ancora


21 luglio 2004 

"Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente,
misteriosa mafia svanirà come un incubo". Nelle parole di Paolo Borsellino, il
senso del nostro agire.

La Mafia è una mentalità. Parola di meridionale. E per chi non
si lascia intrappolare nella rete dei luoghi comuni, in stile pizza, spaghetti,
mandolino e lupara, Mafia è un sentimento determinato non dal clima, ma dalla
voglia. Dallo sguardo e dalla mente.
Quello che, insomma, noi meridionali
definiamo, con molta, troppa generosità,“fottere”. Alla genesi del pensiero
mafioso sta, inoppugnabilmente, la concezione del prossimo inteso come bambola
gonfiabile. Per ottenere qualcosa a mio vantaggio, cerco di penalizzarti. Se
intralci il mio cammino, qualche sgambetto devi pur aspettartelo. Più in
generale se posso “fotterti” anche solo preventivamente, senza un motivo
apparente, tanto di guadagnato.
Ah, dimenticavo. Se provi a ribellarti, se
tenti di reagire, sei bell’e finito. Morto come un ragno nel mezzo delle sue
morte mosche, come già scrisse Beckett. Hai chiuso, ai sensi di un immaginario
articolo di un Codice che stabilisce le forme ed i limiti in cui la morte, non
solo corporale, può concretizzarsi.
Ecco come la mafia entra nei Partiti,
nelle Istituzioni, nella società.
È mafioso (o strumento della mafia) il
politico che costruisce le sue clientele sulle tragedie e sulle frustrazioni
altrui.
Sono mafiosi (o strumenti della mafia) tutti quegli uomini di Stato
che hanno trasformato, la disoccupazione meridionale, da malattia in fenomeno
strutturale, perché se non esistesse la disoccupazione cesserebbe il loro potere
contrattuale e di conseguenza, il ricatto.
È, dunque, quando il problema
assume una compiuta dimensione politica, culturale ed esistenziale, che diventa
quasi impossibile trovare una via d’uscita ad esso.
Non servono i Supereroi.
Per una volta, la realtà si presenta come il reciproco della fantasia e il
fumetto, altro non diventa che la trasposizione fantastica di un fatto reale.
Stavolta sarebbero i Supereroi ad avere bisogno di noi. Perché soli non possono
farcela, non stavolta.
Un magistrato che muore in Sicilia, è un magistrato
abbandonato dallo Stato. Parole e musica di Paolo Borsellino, magistrato e
supereroe, del quale in questi giorni ricorre l’anniversario dalla morte e
nessuno, a tutt’oggi, è a conoscenza del giusto modo per onorarne la
memoria.
Potremo spendere parole in interminabili tavole rotonde per
analizzare, scomporre, sezionare il problema, ma alla fine torneremmo sempre al
punto di partenza. Diceva l’antico, ed è il primo problema : “Se esiste
l’antimafia, dovrà esistere anche la mafia”. Tesi ed antitesi che si ripetono in
continuazione, senza mai giungere, però, ad una agognata sintesi. Altro
problema: “Se la Mafia sta nelle istituzioni, chi ce l’ha portata”? Ed infine:
“Con quante Mafie abbiamo a che fare”?
Non sta ora a noi rispondere
compiutamente a queste domande, tanto banali quanto però significative.
Potremmo, piuttosto, trovare una formula discorsiva che pur non fornendo alcuna
risposta, dia una sintesi apparente del tutto. E allora, ci sono tante mafie che
nascono spontaneamente, anche dal nulla, anche all’interno delle Istituzioni e
che, proprio in virtù di ciò, non è possibile stabilire quale sia la tesi e
quale l’antitesi.
Borsellino non era uno così. Non aveva fatto l’antimafioso
di professione lui. Al di là da tutte le retoriche, egli faceva quel che tutti
sappiamo, ma solo perché non avrebbe potuto fare altrimenti.
Proprio come i
supereroi e tanti altri come lui. Non un semplice atto di bontà dunque, in base
a cui viene magari spontaneo pensare ai propri cari, del resto i primi ad essere
subito coinvolti, bensì un esempio di Libertà vera. Fare quello che mai si
vorrebbe, senza lasciarsi sopraffare dagli istinti di autoconservazione e dagli
egoismi, è stato l’esempio cristiano di un uomo ( e Giovanni Falcone come lui)
che a ben vedere era del tutto consapevole, le sue parole lo dimostrano, di
vivere un calvario che prima o poi lo avrebbe condotto a crocifissione
sicura.
Il compito dei martiri è forse quello di rendere, con il proprio
sacrificio, più forti gli uomini pavidi. O forse nulla di tutto questo. La
volontà divina, imperscrutabile quando vuole, ha semplicemente deciso che le
cose andassero così. Perché c’era un qualche intrigo in Paradiso da risolvere e
Lui, per la bisogna, necessitava di un detective, del migliore in
circolazione.
In entrambi i casi, ciò che resta, a tanti anni dalla strage di
Via D’Amelio, è l’esigenza primaria, ma ancora incompiuta di una reale
mobilitazione. Nessuno dovrà sentirsi solo in questa guerra, mai più. È un
compito che, in particolare, i giovani di destra devono iniziare a svolgere dal
principio. Per vincerla c’è bisogno di tutto e di tutti, a partire dalle armi
più elementari e primitive ed efficaci come il linguaggio e la comunicazione.
L’omertà comincia nel cortile di casa e prosegue tra i banchi di scuola. Le
prevaricazioni, i viaggi al termine della legalità, sono il pane quotidiano cui
ogni adolescente capita, una volta almeno di nutrirsi, all’interno dei propri
gruppi, sempre più simili a veri e propri branchi.
In tutto questo, noi
dobbiamo essere sempre più riconoscibili. Dal grigiore collettivo, tutti devono
essere capaci di distinguere il giovane “di destra” che, grazie ai suoi esempi
ed alle sue virtù, diventa modello e punto di riferimento per i suoi coetanei. È
la logica “dell’uno in più”che, mattone dopo mattone, ci permette di costruire
la nostra personale barricata contro ogni tipo di mafia.
Nostro compito è
portare quanta più gente possibile con coi, dentro quelle mura. Le chiacchiere,
per stavolta, lasciamole ad altri.
E proprio in questi giorni di ricordo e di
riflessione, le parole di Paolo Borsellino, eroe cristiano o supereroe, ci
vengono in aiuto: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche la misteriosa
mafia svanirà come un incubo”.
Quel benedetto giorno, state pur certi che
noi ci saremo.

Francesco Grillo