Adriano Romualdi


Un ritratto di Adriano Romualdi, cinicamente dimenticato anche
dalla destra. Tratto dal mensile "Il Tricolore".
Sesta tappa del nostro
viaggio intrapreso ormai da un anno, alla scoperta degli autori e dei filosofi
che hanno dato una consistenza intellettuale alla Destra. Da Tolkien a Drieu La
Rochelle, da Codreanu a Jünger passando per l’intramontabile Evola, giungiamo
questo mese alla volta di Adriano Romualdi, colui che è stato designato come
l’erede dello stesso Julius Evola. Adriano, figlio del celebre Pino Romualdi,
nasce a Roma nel 1940. Non è importante conoscere i dettagli della sua vita
personale, ciò che veramente conta è tramandare l’esempio militante ed
intellettuale che questo ragazzo diede alla destra durante tutta la sua vita;
sì, perché morì a soli trentatré anni, in una tragica sera dell’agosto 1973.
Viaggiava sulla strada per Fiumicino, ma Dio lo volle per sempre accanto a sé.
In quegli anni la destra culturale viveva un brutto periodo, schiacciata dalla
guerra civile imposta dalla partitocrazia antifascista; non c’è tempo per
discutere di cultura quando i ragazzi sono vittime dell’odio. E non è cultura
quella propugnata da chi siede su comode poltrone e anzi spesso punta
gratuitamente l’indice contro coloro che sempre hanno difeso, anche col sangue,
l’ideale. Per questo poniamo Adriano Romualdi ad esempio per tutti coloro che si
definiscano di destra: anche se ha condotto molteplici studi riguardanti i più
disparati argomenti, non si è mai adagiato sulla posizione raggiunta se pur col
sudore, anzi, nonostante fosse miope, durante gli scontri tra opposte fazioni
che hanno caratterizzato gli anni Settanta, si toglieva gli occhiali e si
buttava con coraggio nel mucchio. Un uomo dalla indubbia cultura, che se non
fosse per la sua prematura scomparsa, sarebbe diventato docente di storia
contemporanea all’Università di Palermo. Un militante che si è strenuamente
battuto contro l’immobilismo e il conservatorismo della destra culturale e
politica. Parlando del Romualdi filosofo, possiamo servirci della triade
Platone, Nietzsche, Evola; tre grandi filosofi europei, vissuti in epoche
differenti ma con un comune denominatore: l’aristocrazia. Questa, come già più
volte abbiamo affermato, non è il male sociale indicato dall’ideologia marxista,
ma il governo dei migliori, dall’etimologia greca della parola; aristocrazia che
quindi concerne la gerarchia a l’avversione alla democrazia, ossia il governo
del popolo, sempre dall’etimologia greca della parola. Partendo da Platone,
possiamo certamente dire sia stato il primo che abbia ipotizzato uno Stato
secondo una gerarchia spirituale, non per ceto quindi. In Repubblica, il suo
capolavoro, Platone descrive benissimo le funzionalità degli uomini che col loro
lavoro rendono forte lo Stato: ognuno al suo posto, secondo le proprie capacità
fisiche e psichiche, compresi i filosofi-re, destinati al comando per la loro
nobiltà di spirito. Allo stesso tempo ogni uomo deve riconoscere la gerarchia
«che vede in alto i poteri ascetici, eroici e politici e in basso quelli
meramente economici ed amministrativi». Da sottolineare è il richiamo
all’educazione spartana secondo cui gli uomini destinati al comando vengono
scelti tra coloro che sono riusciti a sopraffare la sofferenza del corpo e
dell’anima e che grazie a quest’ultima vedono ciò che gli altri non possono
nemmeno immaginare. Adriano Romualdi mette giustamente in mano a Nietzsche, il
testimone filosofico posseduto da Platone. Leggendo Nietzsche si avverte la
continuità tra i due Titani, la denuncia della sovversione, la vittoria dei
piccoli uomini, la decadenza del mondo. Il tedesco accentua di molto la denuncia
quasi da farla sembrare disperata, un ultimo grido dalla voce dell’Uomo,
circondato da esseri sordi. E Nietzsche annovera tra i responsabili anche il
cristianesimo, promulgatore dell’idea egualitaria. Cosa aggiungere su Evola, già
ampliamente trattato su queste pagine, se non ancora sottolineare la genialità
di chi a ventisei anni scrive il grosso della propria filosofia. Tre filosofi da
assurgere a maestri spirituali, tre autori antidemocratici, aristocratici,
narratori di quell’Ordine sognato per secoli. Non dimentichiamo poi la filosofia
politica di Adriano Romualdi, che trova nel mito dell’Europa il più grande
ideale. Esso vede l’Europa nell’ottica di un’evoluzione del nazionalismo
ottocentesco, quello di Bismarck e Cavour per intenderci, un necessario
mutamento per non sottomettersi alla supremazia delle potenze extraeuropee.
Un’Europa non inventata, come divulga la sinistra, ma costruita sulle basi della
sua millenaria Tradizione; anche per questo si occupa del culto indo-ario. Per
concludere dunque, non dimentichiamoci gli insegnamenti di Adriano Romualdi,
interessiamoci degli studi da lui condotti, e soprattutto fondiamo insieme il
Pensiero e l’Azione. Tra le sue maggiori opere: Platone (1965), Nietzsche e la
mitologia egualitaria (1971), Su Evola (1968), Sul problema di una Tradizione
europea (1973), Le ultime ore dell’Europa (1976).