Costituzione europea : un percorso di (mancata) FEDE
5 novembre 2004
Il prossimo 29 ottobre, a Roma, il trattato che contiene la Costituzione europea
troverà un degno suggello La città scelta ci riporterebbe immancabilmente
indietro a tracciarne il lungo percorso ideale e tecnico-giuridico – dalla
costituzione della CECA, sempre a ROMA, al trattato di Amsterdam nel 1997 – ma
non ci preme farlo in questa sede. Il desiderio primo che ci tormenta è rovinare
la festa, stendendo una antipatica, sterile, puntigliosa, pretestuosa polemica –
evitando di fare panegirici politici - su quello che davvero esprime questa
benedetta(!?) costituzione di cui tutti parlano,ma nessuno ne chiarisce la
portata e il contenuto. Due ne sono i motivi: innanzitutto i politici hanno il
vizio di capire raramente ciò che dicono, in secondo luogo una sorta di velo
d’omertà aleggia su questa nascente (e moritura, perché artificiosa) Europa. Il
29 ottobre assisteremo alla vittoria dell’illuminismo materialista, del
radicalismo razionalistico, di quel hegelismo di sinistra che risolve l’universo
nel fatto e la realtà nella prassi. Siamo vittime della generazione del ’68 che
ha giocato a fare la rivoluzione culturale e che, invece, ha spianato la strada
al relativismo filosofico per riempirsi la bocca di tutto, senza sapere nulla.
La nostra società è in decadenza così come la Roma delle satire di Giovenale.
L’occidente, pur tecnologicamente avanzato, marcisce nella melma di una continua
spinta economica dimentica dei valori del “mos maiorum” in cui affonda le sue
radici. L’Europa di oggi boccia Buttiglione non per ragioni politiche ma per
quello che esprime culturalmente. A Roma verrà firmato l’atto di morte
dell’Europa. Ci si chiede come faccia a nascere “qualcosa che è già nata?”.
L’Europa – quella vera – non è certamente invenzione dei vari tieni-poltrona di
Bruxelles o Strasburgo, la vera Europa è invenzione antica. È sogno che nasce
con Alessandro Magno e continua idealmente in Grecia, a Roma, fino al medioevo
con il Sacro Romano Impero e Carlo Magno. L’Europa si è data per la prima volta
uno ordinamento giuridico di diritto internazionale – ma i nostri eurobuffoni lo
ignorano – con la Respublica Christiana – dove un’unione di più stati europei
limitava la propria sovranità sotto le direttive del papato e del principio
“pacta sunt servanda, consuetudo est servanda”. Tre quindi erano le basi su cui
fondava la Respublica: Il papa pro vice Christi (identità), i rapporti che si
costituivano tra stati che interagivano (diritto pubblico internazionale), i
comportamenti reiterati e autonomamente accettati dalla società (connessione tra
stato e società, non formale, ma universalmente accettata). È su questi punti
che va rintracciata la profonda identità europea. Invece a Bruxelles come a
Strasburgo non c’è identità, non sono interpellati i cittadini, esiste solo un
ordinamento giuridico che, da solo, è qualcosa di imposto, formale e non sentito
dallo spirito della società. Quali sono, allora, i valori su cui deve fondarsi
la nuova Europa? I valori naturali che portano qualsiasi comunità (anche
primitiva) ad unirsi per la costituzione di una vera società, nella nostra
Europa dei popoli quindi, le radici cristiane. Qualcuno – tra Zapateri e
zappatori, prodisti e timonieri di bordata – tra una seduta e un drinkino al bar
dello sport di Strasburgo se lo sarà scordato, ma il vero collante ideale,
culturale, identitario e fideistico che unisce Belfast, Londra, Roma, Parigi,
Verdun, la Vandea, Praga e Budapest è nel segno della cristianità, altrimenti
NESSUNA EUROPA potrà mai esserci. E se ci sarà, vedrà presto la mezzaluna turca
dominare su popoli oramai ridotti a doversi voltare gattonando quattro volte al
dì verso il cielo di La Mecca. Un riferimento più esplicito è quello alla
categoria di "Europa Nazione" su cui autori della Nouvelle Droit francese con
Alain De Benoist e pensatori come Marco Tarchi hanno posto sempre l’accento.
Adriano Romualdi più di trent’anni fa è andato alla ricerca del destino di un
popolo le cui origini coincidono con il sorgere del "pensiero dell'Origine” , le
cui tracce, le vestigia della "razza dei signori" (l'areté ellenica), si fondono
con la più remota consapevolezza della grandezza europea, ben più potente dunque
di una vanificata identità qual è quella dell'attuale Unione Europea. Romualdi
riprende un concetto di Oswald Spengler quando spiega che gli indoeuropei ebbero
ragione sulla terra, più che per la tecnologia, per la "superiorità culturale".
Ed è allora nel simbolo della cultura comunitaria e non nelle clausole di
trattati economici che bisogna rintracciare lo spirito d’Europa. L’Europa deve
concepirsi sul concetto di populus voluntas omnium, invece, su questo apparato -
impostoci dalle alte sfere - non ci è stata data la possibilità di esprimerci
nemmeno col più rozzo dei referendum. Tuttavia presto sarà l’ondata di vetero
riformismo di Zapatero, il nichilismo di Prodi, il buonismo del
tanto-all’Eliseo-ci-sto-a-vita-io di Chirac ad autorizzare l’anima del vero
popolo d’Europa ad insorgere per affermare il suo diritto di resistenza.
Tecnocrati siete avvertiti, quest’ Europa non ci piace! Omnis potestas a Deo,
Europa Nazione, rivoluzione!
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