''Dio e la sua ombra'' il nuovo romanzo di Antonio Saccà
E’ uscito il nuovo romanzo del professor Antonio Saccà dal
titolo “Dio e la sua ombra”, nel quale l’autore si cimenta in una serie
d’immaginari dialoghi con spiriti magni.
Riportiamo di seguito alcune recensioni su questo saggio e sul
precedente, perché li consideriamo entrambi molto validi. Il professor Saccà è
disponibile a presentare questi suoi saggi. Chi volesse contattarlo può scrivere
all’indirizzo e mail treni@fannyalexander.191.it.
Il Tempo, martedì 5
ottobre 2004
Da Eraclìto a Dio: Saccà in cerca della vera guida
A
CONOSCERLO Antonio Saccà è un uomo buono, un sociologo ferrato, un intellettuale
generoso e idealista, un gaudente delle multiple lusinghe dell’esistenza: ma è
soprattutto un uomo buono. C’ha una fuga d’affetti, una tenerezza dentro di sé,
fino al fondo, che pare di bambino: di bambino indifeso, non ostante abbia
l’uomo l’aspetto vasto d’un burocrate al top, o diciamo d’un contadino avvezzo
alle piú riarse fatiche dei campi....
Ci si potrebbe domandare perché questo
cuore cosí fragile in un «sapiente» turrito, in un accademico la cui ideologia
poggia sulle certezze della civiltà classica: sui saldi pilastri della
tradizione umanistica nel proprio fulgore. Una risposta può giungere dalla
lettura del suo ultimo libro: «Dio e la sua ombra» (Di Renzo Editore, 94 pagine,
9 euro) ove l’autore si cimenta in una serie d’immaginarî dialoghi con spiriti
magni: dall’igneo Eraclìto al sofista Gorgia, da Lucrezio a Leopardi, da Giulio
Cesare a Marx e a Nietzsche: ed a Dio. Non è un giuoco da salotto, un
divertissement libertino, quello di Saccà, bensí un’esigenza radicale che gli
cova fin nei penetrali. Non avendo mai conosciuto il padre, morto prima della
sua nascita, la sua vita interiore è sempre stata ansimata da quella formidabile
presenza-assenza, da quella ricerca ardita e ardente della figura-guida, senza
la quale la vita sembra azzopparsi e ammalarsi dietro il risibile palcoscenico
delle parvenze: dietro il traffico caotico dei larvali accidenti. La madre gli
fece da padre; poi, quelle ombre anche. Ma surrogati, che in luogo di placare
un’assenza, l’hanno ferita, agitata, eccitata. Saccà sa che la cultura partecipa
dell’essere ma che gli esseri non sono cultura: non sono null’altro che sé
stessi: insostituibili ed elusivi. I libri sono favole malriuscite, le idee
fenditure tossiche nel cervello, l’amore dei sensi un digestivo a stomaco vuoto,
Dio l’imperatore e nocchiero delle ombre. Non c’è nulla se non la nostra
insufficienza, le nostre manchevolezze che spudoratamente necessitano di quel
balsamo supremo che troviamo riflesso in ogni vuoto, in ogni non-essere, in ogni
negazione, nel nulla. Abbiamo bisogno di ciò che ci manca né mai possiamo avere.
Donde l’acre dignità ed insieme l’incommensurabile miseria dell’uomo, che
sopravvive grazie all’arbitraria fede nel vivere.
H. G.
Da il Secolo
d’Italia, martedì 5 ottobre
2004, pag. 15, idee &
immagini
Dialogando con Gorgia
«Dio e la sua ombra», il nuovo romanzo
di Antonio Saccà
di Mario Bernardi Guardi
«Raccontami: il mare
siciliano è sempre blu e limpido come il palmo di una mano, e le colline verdi
anche quando il sole inaridisce e gli aranceti scoppiano di frutta e i limoneti
e le nere poppe delle viti sono colme come al mio tempo? E cantano gli uomini a
sera tornando dal lavoro e le donne li aspettano alla soglia mentre gli odori
dei cibi si allargano nelle piccole vie e i bambini sono ancora festosi e scuri
e dagli occhi larghi? Il monte che si erge tra lava e fuoco e terribili tuoni e
scotimenti che si propagano, sgomenta gli uomini vicini e distanti o se ne sta
fermo nel cielo con la sua chioma bianca come un luogo di idee solitarie ed
estranee agli uomini? E ancora, le navi solcano le belle acque per abbandonare
con rimpianto la grande isola e recarsi nella nobile Grecia, luce della civiltà?
La mia terra è la terra degli aranci, tu ben lo sai, venendo da quei luoghi».
Così parla Gorgia. Così Gorgia parla ad Antonio Saccà, e noi crediamo ai segni e
ai significati di questo incontro. E di altri che lo scrittore racconta in “Dio
e la sua ombra” (Di Renzo Editore). Perché questi colloqui, questi conversari
saporosi di mille umori – c’è il miele della vitalità solare ed espansiva, e il
fiele che ti avvelena la lingua e l’anima: e tuttavia senti che di tutti e due
c’è bisogno perché tu, attraversano la gioia precaria del vivere, possa se non
trovare risposte, rendere più raffinati e lancinanti i tuoi dubbi, e quasi
fartene corazza aspra e veste morbida, piena di sinuose pieghe -; questi
dialoghi amabili e amari, dove ci si affila i denti e ci si spolpa, l’esistenza,
sono l’avventura-evento di uno spirito investigante. O, se si vuole, di un
ex-travagante chierico che, andando su e giù per le memorie, e lì raccogliendo
aure e tracce, tesse lo stratagemma del periplo oltremondano. Presentandoci
“auctores”, ombre ora affabili, ora risentite, pronte comunque a donare nella
tensione dialettica o anche in silenzio suggeritore, semenze di pensiero, magari
col condimento dei nodi irrisolti e irrisolvibili. Saccà sa che è suo
diritto-dovere cercare. E trovare, se può. O se il Dio a cui non crede – visto
che nemmeno il Dio che ci presenta crede in sé -, vuole. Ma “per” lui o “contro”
di lui? Perché il problema è questo. Quel che si scopre rende più ampio e
potente il nostro respiro o ci strozza? E, del resto, nel “rivelare” – che pare
confortante apertura, vista che si schiude, scoperta – non c’è forse l’ambiguo
ammiccamento a un nascondimento nuovo? Dunque Saccà distribuisce miche
sapienziali che sono, anche e soprattutto, mine vaganti: il piacere
intellettuale del confronto – sempre, ad un tempo, incontro e scontro – approda
ad un appagamento apparente: accetta la vita perché la vivi e dunque godine
l’effimero profumo; accetta la morte finché fin che vivi lei ti è discosta;
impara ad ammirare, dunque ad amare nella continua meraviglia, completamente
accettandoti nella verità del tuo rapido passare, non mistificando, non
occultando, non rifugiandoti né nell’illusione religiosa né in quella laica, ma
di tutte le gioiose parvenze inebriati e fa che questo tempo sia “tuo”. E
tuttavia Saccà è ben consapevole che questo non basta all’uomo che sta “dentro”
l’esistenza: e che “non può” (e non vuole?) essere – disperatamente anela, anche
quando distrugge fedi, valori e certezze a suon di folgori empie e irriverenti
che non bruciano la fame metafisica (Nietzsche) o di ironiche malinconie miste a
trasalimenti nostalgici (Leopardi). Saccà, fin da bambino frequentatore di
ombre, dunque in confidenza con la Morte, perché in quel “paesaggio” abitava suo
padre, chiama a raccolta lui e gli altri padri: li ha amati e li vuole rivedere,
anche se tutti lo hanno deluso. Non poteva essere diversamente, del resto,
perché né i distruttori né gli scavatori di abissi né coloro che dettero
l’assalto al cielo e si sorpresero di non poterlo portare sulla terra hanno
saputo (non hanno potuto) dare risposte convincenti e dilemmi cruciali. E cioè
che fatalmente ti mettono in croce: e il tuo intelletto è lì che sanguina e
chiede inutilmente ausilio.
Saccà ritrova, in una vallata serena ed erbosa
che ricorda il limbo dantesco, gli spiriti magni cui attingere: il desiderio
continua ad essere inesausto, anche se la vita è stata ben più che un maestro
nel fecondare illusioni e delusioni. Saccà vuol parlare ancora: e non si sa se
ciò avvenga in vista di un approdo, o per aver conferma che l’approdo non è in
un “dover essere” dall’illimitata espansione, ma nella dura, cosciente
persuasione della finitezza: gioia compiuta, forse, proprio per questo collocare
nel finito la sede del desiderio e in essa e da essa trarre forme, odori,
colori, emozioni e passioni.
Vengono a conversare le ombre, ognuna con lo
stile che gli è proprio e Saccà gioca con queste forme del comunicatore che
vanno dal lirismo effusivo di un Gorgia evocatore di suggestioni all’ispido e
corrosivo – ma anche così tenero e indifeso – dialogare leopardiano. “Operette
morali”, quelle del Recanatese, laddove di moralità non vi è segno e non si sa
se Dio ci ha abbandonato perché sdegnato con noi oppure se un Demiurgo malvagio
gioca con i nostri destini: ma morali, le operette, per lo sguardo chiaro e
risolutamente virile posato sull’intreccio di mistificazioni, senza prestar
orecchio a suggestioni di fuga. Perché sarebbe fuga dalla responsabilità del
vivere, così come “ci tocca” vivere. Tutti hanno da dire e da donare miele e
veleno: il filosofo, del resto, deve farlo per sovrabbondanza di energie. Così
parla Eraclito: “ama l’istante e consideralo eterno e nello stesso momento
liberati da esso che del resto si libererà di te”. Così parla Parmenide. “Tutto
ciò che esiste, esiste eternamente, giacché se non esistesse eternamente
morirebbe; ma se non morisse, l’essere diverrebbe nulla, e come può l’essere
diventare nulla?”. Così parla Gorgia: “È la mente di ciascuno che dice che
esiste Dio e quando pure dice che è stato un Dio a dirgli che esiste”. E a
parlare ci sono anche la Morte e l’Essere e l’Individuo e la stessa Ombra di
Saccà e Dio. La scena è un corteo di immagini pesanti: fantasmi che raccontano;
voci che sono echi, parole che volano da bocche di spettri, tangibili però,
perché suggestione e pensiero ci fanno “toccare”e “verificare” quel che
sentiamo. Leopardi, Nietzsche, Marx si mescolano a Lucrezio e a Giulio Cesare,
in un gioco di sentenze da tesaurizzare, cercando conciliazioni tra interdizioni
ed esclusioni, con frecce appuntite che ti si ficcano nella mente: “Amare
l’infelice. E perché non amare il felice? È un errore la felicità?”; “Se tu non
mi ami perché sono felice, perché dovrei io amarti, essendo tu infelice?”; “È
più arduo condividere l’altrui gioia che l’altrui dolore”.
Così parlò
Zarathustra, eterno fanciullo crudele. Forse è lui il sorridente dèmone di
Antonio Saccà.
La meta sociale, n. 39, 1° novembre 2004, pag.12,
“Controcanto globale”
La perdita dell’innocenza giovanile
Di Giorgio
Carpaneto
(Antonio Saccà, Dio e la sua Ombra, Di Renzo Editore,
Roma)
E’ uscito per la Di Renzo Editore il volume di Antonio Saccà: Dio e la
sua Ombra; il testo raccoglie dialoghi tra l’autore ed i personaggi amati nella
giovinezza e che da tempo sono Ombre.
Da Permenide a Eraclito a Lucrezio a
Leopardi a Nietzsche, è un percorso della memoria, della formazione culturale e
dell’amore per i “Padri”. L’autore, Antonio Saccà, è nato in Sicilia. Vive a
Roma dove è stato docente di sociologia e ricerca sociale dell’Università “La
Sapienza”. Attualmente è presidente del Duemila. Ha pubblicato opere di
saggistica, di narrativa, di poesia. Più dettagliatamente, nel volume “Dio e la
sua Ombra”, l’autore racconta che quando era bambino, la madre per fargli capire
che il padre era scomparso e che egli non lo avrebbe mai veduto, inventò, appena
cominciò a richiederlo, che Colui sostava in un lontanissimo Regno delle Ombre
con altre innumerabili Ombre e che da quel fantasticato luogo lo guardava e lo
proteggeva, tuttavia, si che il bambino un padre lo aveva, quel padre d’Ombra
nascosto e potente. Il bambino cresce all’Ombra del padre e divenuto
adolescente, giovane, uomo, conoscendo artisti, filosofi, condottieri li
considera tanti padri possibili e li ama come padri. Per rivivere quell’amore,
forse sogna, forse pensa, ormai adulto e disilluso, un viaggio nel Regno delle
Ombre, in tal modo ripetendo la gioia dell’adolescenza quando si immedesimava in
quegli uomini, in tal modo ripetendo la gioia di vivere, prima che sia tardi per
poter ripetere ancora la vita. E non solo Ombre degli uomini, incontra il
viaggiatore ma Ombre inconsuete e perfino inconcepibili: l’Ombra di Dio, che gli
rivela come Dio è soltanto un nome; l’Ombra dell’Essere, che ignora se è
l’Essere o “un” essere; l’Ombra del Destino, che non conosce il futuro; l’Ombra
dell’Individuo in Quanto Tale, che patisce i limiti del singolo; l’Ombra della
Signora Morte, che gli suggerisce di amare la vita; l’Ombra Personale, che lo
consiglia di fuggire le Ombre. Ma è il padre naturale, suo padre, il padre suo
tragicamente negato al mondo che l’autore vuole incontrare e incontra. E il
padre gli affida una missione sacra e implacabile. Il testo di Saccà ha una
scrittura esemplare, sui modi classici dei dialoghi. Nessuna imitazione
piuttosto una rinascita delle conversazioni “antiche”, con un’abilissima
capacità di cambiare rotta nella conversazione per le aggiunte vicendevoli degli
interlocutori.
Imprevedibilità dei dialoghi inoltre non ha alcunché di
arbitrario ma è propria dei “personaggi”. Ad esempio in effetti come chiedere
alla Morte qualcosa sull’aldilà se la Morte si ferma alla morte? E chi è più
infelice dell’individuo che sa di essere soltanto un individuo?! Alla sostanza
questi dialoghi sono anche una vera e propria filosofia, ma accennata, una
filosofia come può esserlo in un epoca non disposta alla pesantezza. Ma la
leggerezza non è mai superficialità, lo sappiamo.
Gazzetta del Sud, , 5
novembre 2004
Dialoghi filosofici con grandi ombre
Un saggio di Antonio
Saccà
di Giorgio Carpaneto
È uscito per la Di Renzo Editore il volume
di Antonio Saccà: «Dio e la sua Ombra»; il testo raccoglie dialoghi tra l’autore
ed i personaggi amati nella giovinezza e che da tempo sono Ombre.
Da
Permenide a Eraclito a Lucrezio a Leopardi a Nietzsche, è un percorso della
memoria, della formazione culturale e dell’amore per i «Padri».
L’autore,
Antonio Saccà, è nato in Sicilia. Vive a Roma dove è stato docente di sociologia
e ricerca sociale dell’Università «La Sapienza». Attualmente è presidente
dell’Università del Duemila. Ha pubblicato opere di saggistica, di narrativa, di
poesia. Più dettagliatamente, nel volume «Dio e la sua Ombra», l’autore racconta
che quando era bambino, la madre per fargli capire che il padre era scomparso e
che egli non lo avrebbe mai veduto, inventò, appena cominciò a richiederlo, che
il genitore sostava in un lontanissimo regno delle ombre con altre innumerabili
ombre e che da quel fantasticato luogo lo guardava e lo proteggeva.
Il
bambino cresce all’ombra del padre e divenuto adolescente, giovane, uomo,
conoscendo artisti, filosofi, condottieri li considera tanti padri possibili e
li ama come padri. Per rivivere quell’amore, forse sogna, forse pensa, ormai
adulto e disilluso, un viaggio nel Regno delle Ombre, in tal modo ripetendo la
gioia dell’adolescenza quando si immedesimava in quegli uomini, in tal modo
ripetendo la gioia di vivere, prima che sia tardi per poter ripetere ancora la
vita. E non solo ombre degli uomini incontra il viaggiatore, ma ombre inconsuete
e perfino inconcepibili: l’ombra di Dio, che gli rivela come Dio è soltanto un
nome; l’ombra dell’Essere, che ignora se è l’Essere o «un» essere; l’ombra del
Destino, che non conosce il futuro; l’ombra dell’individuo in quanto tale, che
patisce i limiti del singolo; l’ombra della Signora Morte, che gli suggerisce di
amare la vita; l’ombra Personale, che lo consiglia di fuggire le ombre.
Ma è
il padre naturale, suo padre, il padre suo tragicamente negato al mondo che
l’autore vuole incontrare e incontra. E il padre gli affida una missione sacra e
implacabile.
Il testo di Saccà ha una scrittura esemplare, sui modi classici
dei dialoghi. Nessuna imitazione piuttosto una rinascita delle conversazioni
«antiche», con un’abilissima capacità di cambiare rotta nella conversazione per
le aggiunte vicendevoli degli interlocutori. Imprevedibilità dei dialoghi
inoltre non ha alcunché di arbitrario ma è propria dei «personaggi». Ad esempio,
in effetti come chiedere alla morte qualcosa sull’aldilà se la morte si ferma
alla morte? E chi è più infelice dell’individuo che sa di essere soltanto un
individuo?!
Alla sostanza questi dialoghi sono anche una vera e propria
filosofia, ma accennata, una filosofia come può esserlo in un epoca non disposta
alla pesantezza. Ma la leggerezza non è mai superficialità, lo sappiamo.
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