Il tempo delle scelte


I divinatori della politologia italiana dovranno sforzarsi alacremente nel vaticinare gli assetti futuri e immediati. Moltitudini di pensatori ritraggono scenari disparati che certamente nessuno poteva minimamente immaginare fino a qualche ora fa, salvo il rischio di attirarsi le pernacchie sarcastiche dei protagonisti della platea politica. Ma la politica essendo l’arte dell’imprevedibile e la scienza delle decisioni improbabili ha sorpreso tutti. In ventiquattro ore abbiamo assistito alla morte e al tentativo maldestro di rinascita. Silvio Berlusconi ha scuoiato la sua creatura ed ora disinvoltamente cerca di procacciare una nuova pelle per meglio adattarla alle luci dei riflettori. Tutti conoscono le virtù estetiche dell’uomo di Arcore, ben cosciente che nell’era dell’immagine, il valore dell’apparenza è strumento indispensabile per meglio competere sul mercato. A questa operazione di restauro epidermico, i componenti della coalizione hanno risposto con una generale crisi di rigetto, in quanto assolutamente inefficace rispetto alla patologia interna che tormenta il centrodestra e la conseguente terapia che potrebbe alleviare tali disturbi.
Alleanza nazionale ha costantemente richiamato ad un senso di responsabilità tutta la coalizione, ricercando un confronto sui problemi cruciali per il Paese e per il destino stesso della coalizione che pretende di proporsi come forza di governo alternativo all’attuale maggioranza di centrosinistra. La scelta strategica di Alleanza nazionale di combattere il Governo Prodi sui temi concreti e di non confidare negli annunci veri o presunti di “spallate” o sulle profezie di caduta grazie in particolare alla transumanza senatoriale di alcuni esponenti, ha creato l’isolamento del maggior partito della coalizione che pensava erroneamente di detenere anche il brevetto delle idee e delle proposte. L’eccesso di zelo e la comprensibile rabbia di perdere le elezioni per soli ventiquattromila voti ha suscitato una voglia di rivalsa, tramutata nei mesi successivi, nell’inutile espediente di una raffigurazione illusoria e confortevole della realtà, rispetto ad un’osservazione lucida della realtà medesima. Pertanto, smentito l’ennesimo annuncio di una crisi di Governo, da consumarsi, secondo le previsioni berlusconiane, in occasione dell’approvazione della legge finanziaria, la Casa delle Libertà, non poteva continuare a rincorrere gli umori dei senatori ribelli e portare avanti la contestazione dell’esercizio del diritto di voto dei senatori a vita o auspicare che l’eterno duello Mastella-Di Pietro sfociasse finalmente nella resa dei conti e nella capitolazione del centrosinistra. Il presidente Fini ha dunque il merito di aver denunciato il pericolo di questo cortocircuito politico. Secondo le indicazioni del Presidente Fini, è assolutamente necessario, per abbattere il Governo Prodi, passare “dalla protesta alla proposta”, come recitava uno splendido slogan della destra missina. E’ assolutamente necessario, che le forze politiche dell’opposizione, sulle grandi questioni di interesse nazionale, non si sottraggano al dibattito parlamentare, ben coscienti che l’impegno di presentare tali proposte appartiene inevitabilmente alla coalizione di centrosinistra.
Da tale conclusione, nasce la consapevolezza che proprio l’onere del centrosinistra di presentare proposte al Parlamento, sarebbe stato impossibile, non dall’ostruzionismo del centrodestra, ma dalle stesse contraddizioni interne del centrosinistra, e generando un formidabile detonare in grado di far deflagrare finalmente l’attuale assetto e decretarne in tempi brevi il collasso. Berlusconi tuttavia, ha trascurato la presunzione che solo percorrendo questa strada, il centrodestra è pronto a rappresentare, una seria e credibile alternativa all’attuale Governo del Paese, ma ha interpretato tali richieste di cambiamento, come il tentativo di sfratto e di isolamento della sua leadership, e procedendo, a legittimare e sostenere direttamente o indirettamente, fronde e scissioni interne ai partiti della coalizione e ricercando in tal modo, da un lato, l’intento di ricreare una Casa delle Libertà “bonsai”; a destra con il neo movimento storaciano e al centro con l’aggiornata riedizione democristiana di Gianfranco Rotondi; dall’altro, con il precipuo obiettivo di erodere consensi ai maggiori alleati e tentare di ridimensionare il consenso diffuso di eventuali suoi concorrenti.
Berlusconi pertanto, è venuto meno a quel preciso ruolo di garanzia e di equilibrio che come leader della coalizione è tenuto ad osservare, partecipando viceversa a manifestazioni strumentali e lesive della dignità dei militanti e del popolo di Alleanza nazionale. Un partito che dal lontano 1993, ha continuamente manifestato spirito di lealtà e di collaborazione, addirittura sostenendo con fatica, taluni provvedimenti eterodossi in materia giudiziaria, che certamente hanno suscitato perplessità e confusione tra gli elettori della destra italiana.
Se la fedeltà al patto di coalizione e il rispetto della leadership di Silvio Berlusconi, che nessuno ha mai posto in discussione poiché consacrata, ancorché dai partiti della coalizione, dal voto popolare degli elettori stessi, è stata interpretata come incondizionata sottomissione alle prescrizioni unilaterali di un partito o di un uomo, è ragione evidente che l’esperienza della Casa della Libertà, non può continuare a sussistere. Oltretutto, se tali sentimenti risiedono alla base del nascituro “partito del popolo delle libertà”, condivido pienamente le parole di Silvio Berlusconi, quando sostiene conclusa la fase del bipolarismo italiano.
I processi di sintesi e di aggregazione, non possono essere teorizzati e attuati secondo criteri di annessioni e di rinuncia forzata delle identità particolari dei singoli partiti. La costruzione del bipolarismo è ben altra cosa. Esso potrà avvenire soltanto rincorrendo altri percorsi e sognando altri valori discordanti e incompatibili con gli appelli semiseri urlati dal pulpito di un’auto.

di Giuseppe Fattacciu presidente provinciale Azione Giovani Sassari