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La possente industrializzazione del comunismo cubano
Sembrerebbe uno di quei titoli satirici che, mensilmente, appaiono su Livornocronaca. Ma, se è vero che l’ apparenza inganna, non mentono i manifesti del Collettivo NOSMET, sigla politica della sinistra radicale di Scienze della Formazione, Firenze.
Perdonerete se, in queste righe, userò iltermine “Magistero” per indicare la facoltà… nostalgismo di un vecchio studente magistrale, nient’altro.
Il 6 dicembre 2007 la facoltà di via del Parione è stata teatro di una apologetica conferenza su Ernesto Guevara detto CHE, con il chiostro addobbato ad arte, una coreografia di cartelloni, fotografie in puro stile ‘68, saltata fuori dall’album dei ricordi della Statale o della Sapienza occupata.
Ognuno di quei cartelloni lancia un messaggio chiaro: el “CHE” rivoluzionario, el “CHE” eroe dell’America Latina, el “CHE” il solidale, el “CHE” brutalmente assassinato dall’ennesimo complotto della CIA, in puro stile Wilbur Smith…
Ma ciò che più colpisce è quella scritta: “POSSENTE INDUSTRIALIZZAZIONE CUBANA”, iniziata, secondo i Gervaso del NOSMET , con il colpo di mano che nel 1959 portò Fidel Castro al potere a La Habana. Letto con un’ ottica meno parziale, non una revolucion ma un golpe che sostuisce il corrotto regime di Fulgencio Batista con la democrazia diretta di stampo moscovita.
Insomma, da un despota all’altro, in puro stile sudamericano. Senza contare che non vi fu una effettiva industrializzazione dell’ isola, quanto un piano di eliminazione di tutte quelle imprese capitaliste (alberghi, casinò, industrie di rum e sigari) che fornivano un pò di ricchezza al popolo cubano.
Quei simboli della corruzione morale tolti dalle mani degli occidentali e messi nelle mani del governo rivoluzionario: soldi a palate per l’ industria del terrore di Castro, per le armi, per gli agi del comando. Quei simboli deleteri di un mondo sbagliato che, pochi decenni dopo, tornano in tutto il loro splendore per la gioia di turisti (soprattutto europei e americani) e dell’ economia di Stato. Economia sempre meno socialista e sempre più liberista, su modello cinese: città ricche, hotel di lusso, grande circolazione di denaro e sobborghi di desperados costretti ad acquistare al mercato nero ciò che il misero mercato comune non può fornire.
L’ apertura di Cuba a questa nuova forma di commercio e di ricchezza ha spinto l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla grande povertà che continua a serpeggiare sull’ isola caraibica. Castro, dal canto suo, continua a sostenere il legame tra la povertà e l’embargo USA del 1962. In realtà, ricordiamolo, la repubblica popolare cubana in 48 anni di storia ha avuto notevoli finanziamenti da parte di URSS, partiti comunisti europei, fondazioni, al punto di riuscire a sostenere una guerra oltreoceano, in Angola, ove quindicimila soldati isolani persero la vita contro i governativi. Malgrado tali incongruenze, malgrado le scuole fatiscenti e gli ospedali infestati da ratti e insetti, malgrado la prostituzione minorile (tollerata da La Habana), malgrado il ritorno delle multinazionali con placido assenso del Lider Maximo, malgrado ciò che è stato denunciato addirittura dalla figlia di Castro in Italia si continua a osannare uno dei padri della rivolucion. Quel Che comunista che si fa ritrarre in Cadillac e polo Lacoste, mazza da golf in mano su un campo diciotto buche, mentre beve la Coca Cola (glielo concediamo, era la bevanda più amata da Krusciov) e fuma mezzo metro di sigaro; quell’uomo odiato dai suoi stessi companeros, (il Comandante Zero su tutti), per avere tradito gli ideali marxisti, per avere imposto il comunismo nelle campagne uccidendo e saccheggiando, quell’ uomo idolatrato su magliette e poster, simbolo più di marketing capitalista che non di vera economia solidale. Quell’uomo elevato al grado di eroe “più grande che abbia mai messo piede sulla faccia della Terra” (NOSMET), cui viene dedicato un seminario in una libera università, finanziando la conferenza con denaro dell’ ateneo fiorentino, denaro che viene dalle tasche di chi la rivoluzione la combatte nel quotidiano mantenendo lo studio dei figli, per il loro futuro, senza perdersi in una retorica deleteria e mendace.
Marco Petrelli
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