Promavera di Praga '68: l'intervento russo e la posizione degli USA


Praga 1968

Pubblichiamo un piccolo dossier prodotto da Azione
Universitaria di Cagliari sulla primavera di Praga del 1968.

Primavera di Praga 1968:
l’intervento russo e la
posizione statunitense.

Alla fine della seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia
entrò a far parte della sfera d’influenza dell’URSS. In passato era stata una
reale democrazia parlamentare, con garanzie civili per le minoranze etniche che
la componevano, come i tedeschi e gli ungheresi, contraddistinta inoltre da
un’economia abbastanza forte.

Dopo il “Colpo di Praga” del 1948, e
dunque l’inserimento nel sistema sovietico, l’economia venne pianificata e
centralizzata. Politicamente, cresce il ruolo del Partito Comunista Cecoslovacco
(K.S.C.) a scapito delle opposizioni, anche le antiche libertà di stampa, con
l’introduzione della censura e le garanzie alle minoranze etniche vengono
abolite: si assiste all’espulsione di tedeschi ed ungheresi, nonché alla
confisca delle loro proprietà.

Dalla metà degli anni ’60 si assiste
all’inizio di un processo riformatore che indusse, ad esempio, alla
riabilitazione delle vittime dei grandi processi e ad una maggiore autonomia
sindacale. Manifestazioni d’autonomismo slovacco e dimostrazioni studentesche
ponevano in difficoltà il leader del K.S.C. e Capo di Stato Novotny, che il 5
gennaio 1968 venne sostituito alla carica di segretario del partito da Alexander
Dubcek e in aprile da Svoboda alla Presidenza della Repubblica.

Il
programma di Dubcek era quello di “liberalizzare” il Paese, creando una “via
nuova” al comunismo, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Si ridefiniva,
il ruolo del partito, ammettendo anche la discussione al suo interno, e il ruolo
dello Stato nella società cecoslovacca: l’ambizione era quella di creare un
sistema comunista che rispettasse le libertà individuali, la storia e le
tradizioni cecoslovacche.

Si restaurava la libertà di stampa e veniva
abolita censura; si garantivano alcune libertà fondamentali quali quelle
religiose e quelle relative alle minoranze etniche; si garantivano libertà ai
quattro partiti non-comunisti, pur non arrivando ad un sistema multi-partitico.

Per fare accettare la rivoluzione interna, gli uomini della “Primavera”
adottano una politica estera fedele al “Patto di Varsavia” del 14 maggio 1955,
ed alle direttive estere dell’Unione Sovietica.

Tuttavia, questa fedeltà
non convince i partners del “Patto di Varsavia”. La stampa della Repubblica
Democratica Tedesca e quella russa, attaccano Dubcek, sostenendo che ci siano
elementi anti-comunisti in Cecoslovacchia. Si svolgono due vertici tra i leaders
comunisti (Cierna e Bratislava) che però non portarono alla soluzione del
problema cecoslovacco, nonostante i ripetuti ammonimenti verso Dubcek. Fu
proprio a Bratislava il 3 agosto 1968, in una conferenza nella quale
ufficialmente si dovevano analizzare i problemi economici del COMECON, che fu
presa la decisione d’invadere la Cecoslovacchia: la proposta fu avanzata dal
leader del partito comunista russo Brehznev e venne accolta positivamente da
tutti gli alleati, ad eccezione della sola Romania. Il Paese venne invaso da
circa 650.000 uomini, il presidium del partito è fatto prigioniero, ma ha avuto
il tempo di lanciare l’ordine di non resistere militarmente e di restare nella
legalità, Dubcek viene condotto, insieme con altre figure politicamente
rilevanti del Paese, in Unione Sovietica come prigioniero. Il successo militare
determina un “impasse” politica, poiché l’intervento era finalizzato ad impedire
la riunione del XIV congresso, previsto per il 9 settembre, che invece si svolge
clandestinamente in una fabbrica alla periferia di Praga, il 22 agosto, e
destituisce i dirigenti conservatori. Nella riunione del 3 agosto tenutasi a
Bratislava, venne recapitata a Brezhnev, tramite un altro membro del “Politburo”
sovietico, Pieotr Shelest, una lettera con la quale si richiedeva l’intervento
sovietico, firmata da militanti di spicco del KSC, tra cui Indra e Bilak,
segretaria del Partito Comunista Slovacco.

Scritta in russo, la lettera,
descriveva una situazione in Cecoslovacchia più preoccupante di come in realtà
fosse: prospettava l’ipotesi di una “controrivoluzione” che metteva in
pericolo:>

Secondo questi esponenti era in atto, in Cecoslovacchia,
un’ondata di nazionalismo alimentata dai mass media in mano a forze di destra
vicine ad “ambienti occidentali”, che avevano influenzato l’opinione pubblica,
creando una psicosi anti-comunista. La leaderschip del partito non era più in
grado di fermare questi elementi e di difendere il socialismo. I firmatari della
lettera si appellavano a Brezhnev affinchè, come capo del più importante partito
comunista al mondo, utilizzasse:>, inclusa la forza militare, per :>.

Lo scopo iniziale di Bilak e Indra era quello di sostituire al vertice
del KSC, Dubcek, come anche i comunisti russi avevano inizialmente pensato.

In effetti, i due avevano dato assicurazione a Mosca di poter contare,
nel consiglio del KSC, sulla maggioranza dei voti contro Dubcek, e poter così
costituire una maggioranza anti-riformista che approvasse l’intervento delle
truppe del “Patto di Varsavia”. Il consiglio, invece appoggiò Dubcek e si oppose
all’intervento.

La lettera dunque, finì per essere considerata un
pretesto formale dell’intervento che rispondeva all’aiuto richiesto dai
“fratelli cecoslovacchi”.

Possono essere diversi i motivi che portarono
alla decisione di intervenire. Innanzitutto l’esperimento cecoslovacco era
pericolo per l’URSS. L’onda riformatrice e di liberalizzazione che si registrava
a Praga, era un’anomalia nel sistema del “Patto di Varsavia”. Per l’URSS questa
era una minaccia, sia sul piano interno che su quello esterno. Non si poteva
tollerare una via diversa dal comunismo sovietico, perché ciò avrebbe
significato che il regime di costrizione presente in URSS, che prevede la
censura e la negazione dei diritti delle minoranze etniche, poteva essere
evitata.

L’URSS non sarebbe stata considerata come un modello per gli
altri paesi, le sue costituzioni avrebbero scricchiolato. La presenza di una
alternativa tangibile proprio al centro del blocco, al confine con due stati
instabili nella coalizione socialista (l’Ucraina e la Polonia), non poteva
essere tollerato a Mosca. Il giornale russo “Pravda”, il 26 settembre 1968,
pubblicò subito dopo l’invasione un articolo di Brezhnev, con il quale
esprimeva, per la prima volta la sua tesi sulla “Sovranità limitata” o “Dottrina
Brezhnev” come la battezzarono i giornalisti occidentali, che servì come
giustificazione all’invasione. Il principio affermava che era “diritto e nei
doveri del PCUS usare il potere per difendere la causa del socialismo e la
classe operaia”. In pratica l’articolo teorizzava il diritto sovietico
d’intervenire se un altro governo comunista, avesse adottato misure e decisioni
ritenute dannose per gli interessi vitali degli altri Paesi comunisti o per lo
stesso socialismo. Tutti i governi comunisti alleati, dovevano rispettare le
linee guida imposte da Mosca, senza alcuna possibilità di cercare vie
alternative al centralismo sovietico e nemmeno poterle contrattare. Tutto questo
era necessario all’URSS per poter presentare davanti ai Paesi della NATO un
blocco compatto e unito, che al momento di un eventuale periodo di crisi, non
avrebbe presentato defezioni.

Inoltre la Cecoslovacchia all’interno dei
Paesi aderenti al “Patto di Varsavia” non aveva truppe sovietiche permanenti nel
proprio territorio, (al contrario della Germania orientale, della Polonia e
dell’Ungheria):questa situazione impediva la preparazione militare contro la
NATO.

Le richieste russe per porre fine a questa mancanza, erano state
respinte dal governo cecoslovacco in diverse occasioni; l’invasione poteva
essere il momento giusto per stabilire forze sovietiche nel territorio. Agli
inizi degli anni ’60, la Cecoslovacchia, la Polonia e la Repubblica Democratica
Tedesca (e in seguito l’Ungheria e la Bulgaria ) iniziarono a ricevere armi
nucleari dall’URSS.

Uffialmente queste armi erano descritte come
componenti del “Patto di Varsavia”, in realtà rimanevano sotto il diretto
controllo dell’Unione Sovietica, sia in tempo di pace che, soprattutto, in
un’eventuale guerra. La carenza di truppe sovietiche in Cecoslovacchia,
significava che l?URSS non sarebbe stata in grado di utilizzare le armi e si
sarebbe venuta a creare una situazione di debolezza proprio al centro del
sistema di difesa, situazione questa, estremamente vantaggiosa per la NATO.
Nonostante ci fossero degli accordi fra l’ URSS e la Cecoslovacchia, che
obbligavano alla collaborazione delle forze militari dei due Paesi nella
costruzione e nella protezione di tre nuove testate nucleari in Boemia, gli
ufficiali sovietici non si fidavano della politica militare cecoslovacca durante
la primavera di Praga. C’era la possibilità di una diminuzione della spesa
statale relativa alla difesa e la richiesta di una politica militare
indipendente da Mosca.

Dubcek però non voleva allontanarsi dalla
politica generale del “Patto di Varsavia” e quando nel luglio del 1968 il
generale Prchlik reclamò una revisione del Patto. Venne sconfessato e
destituito. La giustificazione dell’invasione venne fatta, oltre che per
soccorrere i “fratelli cecoslovacchi”, anche per evitare complotto dei circoli
guerrafondai di Boemia (Zukov, capo delle forze armate russe). Dal punto di
vista sovietico, si temeva che la “Primavera di Praga” non fosse frutto di
un’evoluzione interna, ma determinata da influenze occidentali, che avrebbero
potuto modificare gli assetti dell’Europa orientale. I giornali sovietici
ritenevano che, soprattutto gli Stati Uniti, avessero preso parte ai recenti
eventi verificatisi in Cecoslovacchia, al fine di destabilizzare il blocco di
Varsavia,

In effetti la posizione di Washington sulla crisi cecoslovacca
risentiva della situazione politica internazionale e degli equilibri della
guerra fredda: stava iniziando proprio in quel periodo la prima fase della
“Distensione” con l’URSS,che portò all’accordo “SALT1” relativo al controllo
degli armamenti atomici.

Per gli USA, era importante mantenere questa
fase di distensione, innanzitutto perché le spese per gli armamenti continuavano
a crescere nel bilancio statale, fatto che scontentava l’opinione pubblica
americana, inoltre perché era necessaria l’accordo con Mosca per la
“sistemazione” del medio oriente e del Vietnam.

Secondo il memorandum
del sottosegretario di stato per gli affari politici, Rostow, al segretario di
stato Rusk, gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere un comportamento il più
possibile neutrale: senza spingere né verso azioni di forza, ma nemmeno porre in
essere delle azioni deterrenti. Se ci fosse stata l’invasione e i ceki avessero
chiesto l’intervento della NATO, questo avrebbe posto gli USA in una situazione
di imbarazzo: come si poteva giustificare l’intervento in difesa del popolo
vietnamita e non a quello ceco? In questo caso, si sarebbe trattato di un
intervento in una riconosciuta zona di influenza sovietica, per cui le
conseguenze sarebbero state imprevedibili.

Gli USA, non volevano la
“prova di forza” con l’URSS. Durante il corso della crisi, furono costanti i
rapporti sulla situazione ceca, ma la posizione statunitense non cambiò di
molto.

Si cercò di sfruttare la crisi e l’invasione per rinforzare la
NATO e i rapporti con gli alleati. Questa era l’occasione per creare una nuova
politica comune sull’Europa orientale e rafforzare il ruolo dei paesi
occidentali.

A causa della mancata istituzione di un regime
filo-comunista, dopo il rifiuto dell’opinione pubblica cecoslovacca e del
presidente Svoboda, l’URSS dovette arrivare ad un compromesso consistente in un
negoziato che si aprì a Mosca il 23 agosto 1968, con la partecipazione di Dubcek
e Svoboda.

Negli accordi del 25 agosto, veniva reintrodotta la censura,
si ribadiva il ruolo centrale del KSC e veniva annullato il congresso
clandestino del 22 agosto; in cambio i Sovietici si rassegnano a mantenere
intatta la direzione del partito cecoslovacco; il 18 ottobre, il Parlamento
ratifica il trattato sulla presenza di truppe sovietiche.

Il 16 gennaio
1969, in seguito al suicidio dello studente Jan Palach, si riaccende
l’opposizione, l’opinione pubblica esprime nuovamente il proprio sostegno alle
riforme; tuttavia i conservatori tornano ad assumere la guida del partito, e
l’assemblea plenaria del 25 settembre allontana i riformisti dal comitato
centrale e dagli organi dirigenti, Dubcek è costretto ad abbandonare anche le
cariche che aveva al parlamento.

Dall’autunno del 1969, inizia la
politica di normalizzazione che si attua attraverso l’epurazione. Questa
riguarda dapprima il partito, un membro su cinque viene eliminato, gli aderenti
scendono a poco più di un milione. Inoltre i Sovietici pretendono la
giustificazione a posteriori dell’invasione; la dichiarazione congiunta di
Sovietici e Cecoslovacchi del 30 ottobre1969, considera l’intervento: “un atto
di solidarietà internazionalista che ha permesso di sbarrare la strada alle
forze controrivoluzionarie e antisocialiste”.

Bibliografia:

- A
letter to Brezhnev: The Czech Hardliners “Request” for Soviet Intervention,
August 1968; http:CWIHP.SI.EDU

- The Prague Spring and the Soviet
invasion of Czechoslovakia. New interpretations by Mark Kramer http:CWIHP.SI.EDU

- Foreign Relations of United States 1964-1968 Vol. XVII Doc.67.

- Jean Baptiste Duroselle: Storia diplomatica dal 1919 ai giorni nostri;
CED

- Enciclopedia Rizzoli Larousse Vol. XVI voce Cecoslovacchia; Milano
1970

- Enciclopedia Peruzzo Larousse Vol. IV voce Cecoslovacchia.

Autori: Cinzia Uselli -Dario Dessì