Quando sento parlare di Cultura


La voce della fogna

Quando Tarchi sentiva parlare di “Kultura” metteva in mano una pistola al suo
topo della “Voce della Fogna”.

Erano gli anni nei quali la
cosiddetta cultura di destra era un esercizio per intellettuali, sospesa fra
retoriche e nostalgiche rivisitazioni ed innovative scoperte e riscoperte, poco
apprezzate dall’intellighentia del mondo accademico ed editoriale
italiano.
Evola si trasformava da idolo delle generazioni rimaste in piedi
fra le rovine a “mito incapacitante”, duro, ostico e frainteso da centinaia di
giovani, convinti che vincere significasse cavalcare la tigre dentro un recinto
piuttosto che sfidare le praterie della società italiana in rapida evoluzione.

Non c’era, però, solo Evola nella cartella dei giovani di Destra che
studiavano da rivoluzionari: Junger, Brasillach, Drieu La Rochelle, Spengler,
Pound, Spirito, Gentile, Celine, Nietzsche, Corneliu Zelea Codreanu
rappresentavano il pane quotidiano dell’inquietudine esistenziale di una
generazione che si sentiva figlia della sconfitta e che cercava le risposte alla
decadenza per sopravvivere nel mondo moderno.

Anni formidabili,
parafrasando Capanna, che serviranno alla Destra italiana, soprattutto
giovanile, per capire verso quale modello di società si sarebbe andati, quale
nemico combattere, quale drago sconfiggere.
Quegli anni sono stati spazzati
via, definitivamente. Oggi, alla faccia nostra, Adelphi pubblica gli autori
della Rivoluzione Conservatrice europea e si sono finalmente aperti gli scaffali
delle librerie per i titoli del politicamente scorretto, sull’onda del mutato
clima politico.

E adesso?
Quale dovrebbe essere il compito di
un’organizzazione giovanile che abbiamo sempre definito, enfaticamente,
l’avanguardia culturale del Movimento?
La destra culturale ed intellettuale
italiana ha sempre vissuto, nella buona e nella cattiva sorte, fra innamoramento
e disincanto il proprio rapporto con la destra politica: la destra al governo
acuisce, inevitabilmente, i motivi di distinguo.

Questo è lo spazio che
deve occupare l’organizzazione giovanile, sostituendosi al Partito nella
definizione di quel modello culturale di riferimento che può e deve
rappresentare la sostanza della nostra presenza nelle Istituzioni.
Quale
cultura?
Certamente non quella fatta di rimozioni ed amnesie che hanno
caratterizzato i canali culturali ufficiali nel nostro Paese; piuttosto sarebbe
opportuno riannodare il filo sottile dell’Identità Italiana ed Europea,
attraverso le pagine degli autori che hanno attraversato questo Secolo e che lo
hanno preparato.

Il nostro compito è quello di modernizzarne il
messaggio, di filtrare le pagine per tirare fuori il tessuto connettivo della
nostra identità culturale e riproporlo nelle scuole e nelle
università.

L’Europa e l’Italia del Mito contro il freddo determinismo di
globalizzatori ed anti – globalizzatori, le ambizioni letterarie mitomoderniste
di Zecchi e Conte, i “Communitarians” anglosassoni, vera e propria anomalia nel
panorama culturale mondiale, la “lezione” europea di Junger.

Non esiste
un breviario della Cultura di Destra, né potrebbe esistere, perché lasciamo
volentieri ad altri i dogmi, le camicie di forza dell’ideologia: la nostra
cultura è frutto di contaminazioni e sperimentazioni, di una modernità che ha
radici profonde.

Investire nella Cultura non significa togliere spazio
alla politica fatta di militanza ed impegno quotidiano, anzi: abbiamo il dovere
e l’orgoglio di pensare ad una generazione di militanti sempre più attenta a
definire i contorni di una Destra che oggi governa gli Enti Locali, lo Stato;
abbiamo il dovere e l’orgoglio di rispettare un passato impiegato dai nostri
fratelli più grandi a difendere una visione del mondo, mettendola in pratica e
dimostrando di essere capaci di trasmetterla alle nuove generazioni.

Quando sentiamo parlare di cultura non abbiamo più bisogno di prendere
una pistola in mano: basta rendersi conto che non ci capiterà facilmente
un’occasione, come adesso, per raccontare ai giovani italiani chi siamo, da dove
veniamo e cosa vogliamo.
Paolo Di Caro