Venticinquesimo anniversario del sacrificio di Francesco Cecchin
Martedì 15 giugno 2004 corteo di Azione Giovani per il
venticinquesimo anniversario del sacrificio di Francesco Cecchin, ucciso a 17
anni da militanti comunisti.
In occasione del venticinquesimo anniversario del
sacrificio di Francesco Cecchin, militante del Fronte della Gioventù ucciso da
militanti comunisti, morto dopo 18 giorni di agonia il 16 febbraio del 1979,
Azione Giovani organizza un corteo per le strade del quartiere Trieste Salario.
L’appuntamento è previsto per le ore 17 di martedì 15 giungo di fronte al Liceo
Giulio Cesare in Corso Trieste a Roma.
La sera del 15, come ogni anno, si terrà in piazza
Vescovio la tradizionale veglia, che si concluderà con la celebrazione del
Presente, previsto per le ore 17 di mercoledì 16 giugno.
Ecco la storia di Francesco, raccontata in un
dossier prodotto dal circolo di Azione Giovani “Trieste-Salario”:
“Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona
di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da
aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù
e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi "attivisti"
comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I.-F.d.G. di viale
Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di
disturbo della normale attività del "Fronte" condite con minacce varie ed
atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di
un'automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della
vicenda.
La sera
del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui
Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma
vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via
Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un
giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene
circondato da una ventina di attivisti del PCI, capeggiati da Sante Moretti che,
dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad
intervenire, si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: "...vi
abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale
Somalia..."; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così:
"TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE
MALE!".
La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco
Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via
Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i
due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat
850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un
uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... E' lui, è lui, prendetelo!".
Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa
allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli
occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino
all'imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta
vanamente al loro inseguimento, urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida
vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga
verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana
velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un
inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul
suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che
giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo
il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza
di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal
naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che
spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di
sigarette.
A questo
punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle
forze dell'ordine, si assiste invece all'affrettarsi di tutti a liquidare
l'accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, "impaurito", avrebbe
scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse
un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una
colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario
Dott. Scalì.
Apparendo questa versione sospetta, mentre alcuni militanti del F.d.G.
vegliano Francesco in coma, altri cominciano a fare indagini private, che
portano a scoperte molto interessanti: innanzi tutto si viene a sapere che
Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il suo cortile, in quanto ci abita
un suo amico; inoltre risulta strano che il corpo sia stato trovato in posizione
supina, anziché riversa, tipica di chi si lancia, e senza fratture agli arti,
inevitabili quando si effettua un salto volontario da una simile altezza.
L'ipotesi che Francesco sia stato gettato di peso viene inoltre avvalorata da
altri due particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell'impatto al
suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più
vicina al muro rispetto ai piedi.
La
chiave piegata tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell'altra
sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco,
già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi pensa di
lanciarsi oltre un ostacolo cerca infatti di avere le mani
libere.
Che
prima di questo tragico epilogo ci sia stata una colluttazione è dimostrato
dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco, sicuramente usata come
arma di difesa contro i suoi assassini. Anche le ferite riscontrate su tutto il
corpo confermano la tesi dell'aggressione, essendo queste di natura traumatica e
riconducibili a colpi ben assestati da persone esperte.
A
rendere inconfutabili queste tesi altri due importanti elementi: le tracce di
sangue riscontrate sul pavimento del cortile lunghe alcuni metri fino al bordo
del muretto e la dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano di avere
udito: "LE GRIDA DI UN RAGAZZO, POI ALCUNI ATTIMI DI SILENZIO... E INFINE UN
FORTE TONFO NON ACCOMPAGNATO DA ALCUN GRIDO". Risulta difficile credere che una
persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro alto cinque metri senza
emettere neanche il minimo suono vocale.
Il 16
giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore.
Le
indagini infine partirono ma tardi e male. Stefano Marozza, militante del PCI e
proprietario della famigerata 850 bianca, fu arrestato. Disse di essere andato a
vedere un film al cinema ma gli inquirenti verificarono che, quella sera, il
cinema indicato da Marozza era chiuso per turno di riposo. Ciò nonostante la
potente macchina di copertura del PCI si mise in moto e mentre le indagini
proseguivano a rilento e non ci si preoccupava di verificare chi poteva essere
insieme al Marozza, questi venne fornito di un nuovo alibi, questa volta
perfetto; ogni prova ed ogni riscontro venne fatto
sparire.
Anni dopo
il giudice, scrivendo la sentenza, dovrà dichiarare che se egli non era in grado
di condannare l'imputato, se non era stato possibile fare piena luce
sull'omicidio Cecchin, questo doveva essere ascritto ai ritardi nelle indagini
di quei giorni, al modo di procedere degli investigatori, al punto che il
magistrato ipotizza possibili procedimenti nei confronti degli organi di
Pubblica Sicurezza.
Ma noi
non abbiamo mai perso la speranza che sia fatta finalmente giustizia.
L'importante è non dimenticare. Mai.”
- Login o registrati per inviare commenti