Yukio Mishima, l'ultimo dei samurai


Yukio Mishima

Un ritratto di Yukio Mishima, alfiere del Giappone tradizionale
contro la sub-cultura americanizzata imperante.

Il dodicesimo ritratto della nostra rubrica è dedicato a colui
che senza dubbio può essere definito «l’ultimo samurai»: Yukio Mishima. Lo
scrittore giapponese nasce a Tokio nel 1925 col nome di Kimitake Hiraoka,
assumerà lo pseudonimo d’arte nel 1941. A scuola viene deriso per il suo corpo
gracile e la madre lo indirizza verso la scrittura. Pubblica delle prime novelle
su una rivista scolastica. Nel 1944 viene pubblicata la sua prima raccolta di
novelle dal titolo La foresta fiorita e in una settimana vende migliaia di
copie. In questa fase della sua vita Mishima è solo uno scrittore, non ha
attenzione del proprio corpo né nutre alcun interesse per l’azione. In Sole e
Acciaio dichiarerà: «Con ogni evidenza nella prima fase [della vita] mi ero
identificato nel linguaggio e consideravo estranei la realtà, il corpo e
l’azione». Questa fase va avanti fino alla redazione di Confessioni di una
maschera (1949), romanzo quasi autobiografico; questo libro lo consacra a
nascente astro della letteratura giapponese. Nel 1958 dà alle stampe il romanzo
Il padiglione d’oro: qui Mishima racconta di un ragazzo balbuziente che soffre
della sua malattia perché non gli dà la possibilità di «entrare nella vita»; in
un ambiente dove tutto si richiama alla bellezza fisica delle statue
rinascimentali, il giovane Mizoguchi si sente escluso e decide di incendiare il
tempio di Kyoto, in Giappone simbolo della bellezza architettonica; in questo
modo il protagonista si sente migliore non perché abbia subito una qualche
crescita o catarsi, ma perché il mondo che lo circonda è divenuto più scadente e
quindi anche lui può avere un «degno» ruolo nella società. Forse qui Mishima già
critica implicitamente la decadenza di tutto il Giappone che prende velocità
ogni giorno di più dalla sconfitta della guerra. Nel 1965 e nel 1967 il suo nome
compare nella lista dei candidati al premio Nobel per la letteratura, vinceranno
il russo Šolochov e il giapponese Kawabata. La seconda fase di Mishima coincide
con la pubblicazione di Sole e Acciaio: la scoperta della propria identità
fisica, l'interesse per la pratica delle arti marziali e la ricerca di un
«linguaggio del corpo»; da letterato amante della luna Mishima si trasforma in
guerriero amante del sole. Voleva distinguersi dalla massa di scrittori che
erano al tempo stesso causa e conseguenza dell’americanizzazione e quindi si
rende conto «che si stava avvicinando un’era in cui trattare il sole da nemico
sarebbe stato come seguire il gregge». Non riesce più a vivere solo con la
letteratura, sente che il corpo gli può dare qualcosa di inedito e straordinario
e si creano così «da un lato la risoluzione a favorire fedelmente l’azione
corrosiva del linguaggio e a farne il mio lavoro, dall’altro l’esigenza di
entrare in rapporto con la realtà in uno spazio assolutamente non toccato dal
linguaggio». Col tempo il suo corpo si trasforma in quello di un atleta:
frequenta una palestra di body-building, impara il kendo e il pugilato. L’ultima
grande opera letteraria di Mishima è la tetralogia intitolata Il mare della
fertilità: quattro romanzi che definire stupendi sarebbe troppo poco. I
protagonisti di questi quattro romanzi sono due giovani amici: Kiyoaki e Honda.
Due ragazzi profondamente diversi; Kiyoaki muore e si reincarna in persone che
puntualmente Honda riconosce come «l’amico». La reincarnazione, l’amicizia e la
decadenza del Giappone sono i temi principali dei quattro romanzi che compongono
la tetralogia. Mishima crede nella purezza, nella bellezza e nella forza della
gioventù: «La saggezza dei vecchi è eternamente opaca, e l’agire dei giovani
eternamente limpido. Quanto più si prolunga la vita, tanto peggio diventiamo».
Per questo è convinto che sia conveniente morire in gioventù, quando si è
all’apice della bellezza, in vetta. «Essere capaci di fermare il tempo quando si
presenta alla vista la risplendente bianchezza della vetta», un concetto più
comprensibile se integrato con l’ultima frase scritta da Mishima su un
bigliettino prima di suicidarsi: «La vita umana è troppo breve, e io vorrei
vivere per sempre»; morire giovani vuol dire vivere per sempre e al culmine
della bellezza. Mishima si suicida il 25 novembre 1970, all’età di
quarantacinque anni, all’apice del suo genio letterario. Dopo aver preso in
ostaggio il comandante della caserma Ichigani, arringa i soldati con un
memorabile discorso sul significato dell’esercito, sul valore che un guerriero
deve avere e sull’agonia del Giappone americanizzato; grida alla folla: «Noi ora
testimonieremo a tutti voi l'esistenza di un valore più alto del rispetto per la
vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il
Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone». E per il
Giappone e per la sua Tradizione che Mishima si squarcia il ventre e si fa
decapitare nel rituale samurai del seppuku, nella speranza che questo sacrificio
desti gli ultimi veri giapponesi verso la rivolta contro chi vuole uccidere la
sua patria. Il senso della vita, della morte ed anche dei trascorsi artistici di
Mishima, è nella ribellione contro il mondo moderno, in questa lotta che si deve
intraprendere e perseguire comunque. Tra le sue maggiori opere: Confessioni di
una maschera (1949), Il padiglione d’oro (1956), Dopo il banchetto (1960), Sole
e Acciaio (1968), Neve di primavera (1968), Cavalli in fuga (1969), Il tempio
all’alba (1970), Lo specchio degli inganni (1970).

«Non chiedo nulla. La
sola cosa che desidero è che una di queste mattine, mentre i miei occhi sono
ancora chiusi, il mondo intero cambi».

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