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Il voto dei giovani italiani: un potere enorme che stiamo sprecando

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Il voto dei giovani italiani: un potere enorme che stiamo sprecando

Photo: young Italian voters polling station election democracy, via dmn92m25mtw4z.cloudfront.net

C'è una narrazione che sentiamo ripetere in loop da giornalisti, politici e nonni a tavola durante le feste: «i giovani non si interessano alla politica». È una frase comoda, perché sposta la colpa su di noi e assolve chi quella politica la fa da decenni. Ma è vera?

I dati dicono di no — o almeno, dicono qualcosa di molto più sfumato e interessante.

Cosa ci dicono davvero i numeri

Prendiamo le ultime elezioni politiche nazionali, quelle del settembre 2022. Secondo i dati del Ministero dell'Interno, l'affluenza complessiva si è attestata intorno al 63,9%, la più bassa della storia repubblicana. Ma se guardiamo per fasce d'età — e qui i dati ISTAT diventano illuminanti — il divario generazionale è netto.

I cittadini tra i 18 e i 34 anni hanno votato in percentuale significativamente inferiore rispetto agli over 55. Non è un fenomeno solo italiano: è una tendenza europea documentata da Eurostat. Ma in Italia ha caratteristiche particolari, legate anche alla struttura demografica del paese.

L'Italia è uno dei paesi più vecchi d'Europa. Gli over 65 sono circa il 24% della popolazione e votano con tassi di partecipazione molto più alti. I giovani sotto i 35 anni rappresentano una fetta sempre più piccola dell'elettorato effettivo — non solo perché siamo meno numerosi, ma perché andiamo meno alle urne. Il risultato? Le nostre priorità pesano meno di quanto dovrebbero.

Il mito della generazione disinteressata

Ma attenzione: bassa affluenza non significa indifferenza. Le ricerche di Ipsos e dell'istituto Demos mostrano che i giovani italiani hanno opinioni politiche forti, si informano (spesso più degli adulti, anche se su canali diversi) e partecipano a forme di attivismo non elettorale — petizioni, manifestazioni, volontariato — a tassi comparabili o superiori alle generazioni precedenti.

Il problema non è che non ci importa. Il problema è che molti di noi non credono che il voto cambi qualcosa. È una sfiducia nel sistema, non nell'idea di cambiamento.

Giulia, 24 anni, studentessa universitaria a Bologna, lo dice chiaramente: «Ho partecipato a tre cortei per il clima, ho firmato decine di petizioni online, mi informo ogni giorno. Ma alle ultime politiche non ho votato. Non perché non mi interessa, ma perché nessun partito parlava davvero a me. Mi sembrava di scegliere tra il meno peggio».

Quella di Giulia è un'esperienza comune. Ed è esattamente il tipo di ragionamento che, paradossalmente, rafforza il sistema che critica.

Perché il voto strategico funziona (anche quando fa schifo)

Esiste un concetto che in molti paesi anglosassoni è normalissimo ma in Italia viene ancora visto con sospetto: il voto strategico. Non si vota necessariamente per chi si ama, ma per chi può fare la differenza in un contesto dato.

Luca, 27 anni, attivista per i diritti LGBTQ+ a Milano, ha iniziato a ragionare in questi termini dopo le elezioni comunali del 2021: «Alle comunali di Milano ho votato per un candidato che non era il mio preferito, ma che aveva possibilità reali di vincere e che aveva firmato impegni precisi su temi che mi stanno a cuore. Ha vinto. E quegli impegni sono stati almeno parzialmente rispettati».

Il voto strategico non è un tradimento dei propri valori. È una scelta adulta che riconosce come funziona davvero un sistema elettorale.

In un sistema proporzionale come quello dei Comuni o delle Europee, il voto ai partiti più piccoli ma coerenti con le proprie idee può avere senso. In un sistema maggioritario, come spesso accade alle politiche per i collegi uninominali, il ragionamento cambia. Conoscere le regole del gioco è il primo passo per giocare bene.

Il peso del voto giovanile: un calcolo concreto

Facciamo un po' di matematica. Alle elezioni del 2022, in molti collegi uninominali i margini di vittoria sono stati di poche migliaia di voti — in alcuni casi meno di mille. Gli elettori tra i 18 e i 34 anni in un collegio medio sono decine di migliaia. Se anche solo una parte di chi ha scelto di non votare avesse partecipato, i risultati in quei collegi sarebbero potuti essere diversi.

Non stiamo parlando di un'utopia. Stiamo parlando di aritmetica.

Lo stesso vale per le elezioni locali, dove i numeri sono ancora più piccoli e l'impatto di ogni voto è proporzionalmente maggiore. Un consiglio comunale in una città di medie dimensioni può essere deciso da poche centinaia di preferenze. I giovani di quella città potrebbero fare la differenza — se si presentassero alle urne.

Cosa possiamo fare, concretamente

La consapevolezza non basta. Servono azioni. Eccone alcune che funzionano davvero:

1. Informarsi sulle regole elettorali del proprio comune. Ogni sistema elettorale ha le sue logiche. Capire come funziona il voto nel proprio contesto è fondamentale per usarlo bene.

2. Organizzare trasporto collettivo per le urne. Sembra banale, ma una delle barriere più concrete al voto giovanile è logistica: molti studenti fuorisede non riescono a tornare nel loro comune di residenza. Fare pressione per il voto fuorisede (una battaglia ancora aperta in Italia) e organizzarsi in modo collettivo aiuta.

3. Parlare di politica con i propri pari, senza paura. La desocializzazione del discorso politico tra giovani è reale. Rompere il tabù — nelle chat, nelle serate, nelle aule — è già un atto politico.

4. Partecipare alle primarie e alle assemblee dei partiti o movimenti. Molte organizzazioni politiche hanno bisogno di giovani attivi al loro interno. Entrarci non significa vendere l'anima: significa portare la propria voce dove si prendono le decisioni.

5. Monitorare gli eletti. Votare non è la fine del processo. Tenere traccia di cosa fanno i rappresentanti eletti, segnalare quando non rispettano gli impegni presi, fare pressione pubblica — questo è il vero esercizio della cittadinanza.

La politica non ci aspetta: dobbiamo entrare noi

Nessun sistema politico si trasforma da solo per andare incontro a chi è rimasto fuori. La storia lo dimostra: le categorie che hanno ottenuto rappresentanza e diritti lo hanno fatto organizzandosi, votando in modo compatto e rendendo la propria presenza impossibile da ignorare.

La nostra generazione ha le idee, l'energia e — se vuole usarla — la forza numerica per incidere. Ma il cambiamento non arriva tirandosi fuori. Arriva sporcandosi le mani, anche con un sistema imperfetto, e lavorando per migliorarlo dall'interno e dall'esterno allo stesso tempo.

Il prossimo appuntamento elettorale è un'occasione. Non sprechiamola.

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