Uniti si vince, divisi si perde: come costruire alleanze tra movimenti senza implodere
C'è una scena che si ripete, con variazioni minime, in quasi ogni città italiana dove esiste un tessuto attivista giovane. Un gruppo di ragazze femministe e un collettivo LGBTQ+ decidono di organizzare qualcosa insieme. All'inizio tutto funziona, l'entusiasmo è alto, i post sui social raccolgono like. Poi arriva il primo disaccordo su un comunicato, poi una discussione sul linguaggio da usare, poi una lite su chi ha il microfono sul palco. E nel giro di poche settimane, quella che doveva essere un'alleanza si è trasformata in due fazioni che si guardano storte ai presidi.
Se ti riconosci in questa storia — da qualunque parte tu sia stato/a — non sei solo/a. È uno schema che si ripete ovunque, e non perché i giovani attivisti italiani siano particolarmente litigiosi. È perché costruire coalizioni tra movimenti è difficile, e nessuno ci insegna come si fa.
Perché l'intersezionalità è necessaria (e perché fa paura)
Il termine "intersezionalità" è stato coniato dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw negli anni '80 per descrivere come le diverse forme di oppressione — razzismo, sessismo, omotransfobia, classismo — si intreccino e si rafforzino a vicenda. In Italia, il concetto è arrivato tardi e spesso in forma distorta: ridotto a uno slogan, usato come arma nelle discussioni interne ai movimenti, oppure semplicemente ignorato.
Eppure la logica di fondo è semplice e potente: se le discriminazioni sono connesse, le lotte per superarle devono esserlo altrettanto. Una giovane donna trans che vive in una periferia ad alto rischio alluvionale sperimenta il sessismo, la transfobia e la crisi climatica come un unico sistema di svantaggio, non come tre problemi separati. Ignorare questa connessione non è solo teoricamente sbagliato — è strategicamente suicida.
Gli errori più comuni (e come evitarli)
L'errore della gerarchia delle cause
Il primo e più devastante errore è stabilire — esplicitamente o implicitamente — che una causa è più importante delle altre. "Prima risolviamo la crisi climatica, poi pensiamo ai diritti". Oppure: "Il femminismo non può aspettare, tutto il resto è secondario". Questa logica non solo è falsa — le crisi non hanno un ordine di priorità stabilito dalla natura — ma è anche il modo più rapido per far sentire escluse le persone la cui vita è attraversata da più forme di discriminazione contemporaneamente.
La soluzione non è fingere che tutte le cause abbiano lo stesso peso in ogni contesto, ma costruire uno spazio in cui ciascuna viene riconosciuta come legittima e urgente, con la consapevolezza che si sostengono a vicenda.
L'errore del linguaggio come campo minato
Le discussioni sul linguaggio sono necessarie. Ma diventano un problema quando si trasformano nel principale terreno di scontro all'interno di una coalizione. Se ogni riunione si arena su una parola o su una dicitura in un volantino, il movimento perde di vista l'obiettivo reale.
Una buona pratica è separare i momenti: ci sono spazi dedicati alla formazione e alla riflessione interna, dove si discute di linguaggio, rappresentazione, privilegi. E ci sono spazi operativi, dove si pianificano azioni concrete con regole di comunicazione condivise in anticipo. Mescolare i due livelli è la ricetta per il caos.
L'errore della rappresentazione performativa
Invitare una persona LGBTQ+ a parlare a un evento femminista per "fare intersezionalità" non è intersezionalità: è teatro. La vera alleanza si costruisce quando i gruppi co-progettano le azioni, condividono le risorse, si supportano reciprocamente anche quando non c'è un evento in programma. La rappresentanza sul palco deve essere il risultato di una collaborazione reale, non il sostituto.
Cosa funziona davvero: esempi dall'Italia
Non tutto è grigio. In Italia esistono esempi luminosi di come movimenti diversi abbiano imparato a fare squadra.
Il Friday For Future italiano, nelle sue versioni locali più mature, ha saputo integrare temi di giustizia sociale nelle sue rivendicazioni climatiche, riconoscendo che le comunità più povere e più marginali sono anche quelle più esposte agli effetti della crisi ambientale. Non è stato un percorso lineare, ma il risultato è un movimento più solido e più capace di parlare a un'ampia platea.
Alcuni centri sociali e spazi autogestiti nel centro-nord hanno sviluppato modelli di governance interna che permettono a gruppi con identità diverse di condividere spazi e risorse senza perdere la propria specificità. La chiave è stata costruire accordi espliciti su valori condivisi, lasciando autonomia su tutto il resto.
Strategie concrete per alleanze che reggono
Inizia dai valori, non dalle tattiche. Prima di organizzare qualsiasi azione comune, investi tempo a definire insieme cosa vi unisce. Non "siamo tutti contro il governo" — ma principi specifici: antifascismo, rispetto dell'autodeterminazione, giustizia distributiva. Quei principi saranno la bussola quando arriveranno i disaccordi.
Crea strutture di governance chiare. Chi decide cosa? Come si prendono le decisioni? Chi parla con i media? L'ambiguità su questi punti è il terreno fertile per i conflitti. Anche una struttura imperfetta è meglio di nessuna struttura.
Celebra le vittorie degli altri. Quando un gruppo alleato ottiene un risultato, sostienilo pubblicamente. Questo costruisce fiducia nel tempo e dimostra che l'alleanza non è solo strumentale.
Gestisci i conflitti, non ignorarli. I disaccordi sono inevitabili. La differenza tra una coalizione che sopravvive e una che implode sta nella capacità di affrontare i conflitti in modo costruttivo, con spazi dedicati e persone formate per facilitare il dialogo.
La forza sta nella pluralità
La destra italiana — quella che si oppone ai diritti LGBTQ+, che nega la crisi climatica, che riduce il femminismo a una moda — ha un vantaggio tattico: la coerenza ideologica le permette di muoversi compatta. Il nostro vantaggio è diverso: la pluralità delle prospettive, se ben orchestrata, produce soluzioni più creative, movimenti più resilienti e messaggi capaci di parlare a fette di popolazione che una singola causa non raggiungerebbe mai.
Costruire un'alleanza intersezionale non significa cancellare le differenze. Significa imparare a trasformarle in forza. E quella, forse, è la competenza politica più importante che la nostra generazione può sviluppare.