Azione Giovani All articles
Storie di Cambiamento

Autogestione economica: i giovani italiani che fondano cooperative e si riprendono il futuro senza chiedere il permesso

Azione Giovani
Autogestione economica: i giovani italiani che fondano cooperative e si riprendono il futuro senza chiedere il permesso

C'è una scena che si ripete in tante città italiane, da Torino a Palermo, da Bologna a Reggio Calabria. Un gruppo di ventenni e trentenni attorno a un tavolo — a volte in un coworking, a volte nel salotto di qualcuno — che non sta pianificando una startup da vendere al primo investitore disposto a mettere soldi. Sta scrivendo uno statuto. Sta fondando una cooperativa.

Non è romanticismo. Non è nostalgia per il movimento operaio del Novecento. È una risposta concreta, spesso fredda e pragmatica, a un mercato del lavoro che continua a offrire stage non pagati, contratti a progetto rinnovati ogni sei mesi e salari che non bastano a pagare un affitto nelle stesse città dove si trovano i lavori.

La domanda che questi ragazzi si stanno ponendo non è "come trovo un impiego?" ma "come costruiamo qualcosa che sia nostro?"

Il mito della burocrazia impossibile

Il primo ostacolo che viene tirato in ballo quando si parla di fondare una cooperativa in Italia è sempre lo stesso: "è troppo complicato, la burocrazia ti strangola prima ancora di cominciare." È uno di quei luoghi comuni che reggono finché non ci si siede davvero a leggere la normativa.

La realtà è più sfumata. Fondare una cooperativa in Italia richiede un atto notarile, un minimo di tre soci fondatori e un capitale sociale che per le cooperative a responsabilità limitata può partire da appena 516 euro. Non è gratis, certo. Non è immediato. Ma non è nemmeno il labirinto kafkiano che molti dipingono.

Roberta, 28 anni, co-fondatrice di una cooperativa di comunicazione a Milano, racconta: "Ci hanno detto che ci avremmo messo un anno solo per aprire. Invece in tre mesi eravamo operative. Il problema non era la burocrazia — il problema era che nessuno ci aveva mai spiegato come funzionava davvero. Una volta capito il percorso, è diventato gestibile."

E qui entra in gioco qualcosa di politicamente rilevante: l'ignoranza sugli strumenti disponibili non è neutrale. Spesso è funzionale a chi ha interesse a mantenere i giovani in posizione subordinata nel mercato del lavoro.

Democrazia economica: non è solo un bel concetto

Ciò che distingue una cooperativa da una qualsiasi altra forma societaria non è solo la struttura legale. È il principio di governance: una testa, un voto. Ogni socio lavoratore ha lo stesso peso decisionale, indipendentemente dalla quota di capitale versata.

Per una generazione cresciuta a pane e piattaforme digitali gestite da consigli di amministrazione che rispondono esclusivamente agli azionisti, questo principio ha qualcosa di rivoluzionario nella sua semplicità.

Luca e Martina gestiscono insieme ad altri sette soci una cooperativa agricola in Umbria che produce e distribuisce ortaggi in filiera corta. "Il modello cooperativo ci ha permesso di fare scelte che un'azienda normale non avrebbe mai fatto," spiega Luca. "Abbiamo deciso collettivamente di abbassare i nostri compensi per un trimestre e investire quei soldi in attrezzatura. Nessun padrone avrebbe accettato di ridursi lo stipendio per il bene comune. Noi sì, perché il bene comune era anche il nostro."

Questo è il punto che spesso sfugge al dibattito pubblico: il controllo economico è controllo politico. Chi decide come vengono distribuiti i profitti, chi stabilisce le condizioni di lavoro, chi sceglie su cosa investire — quella è politica, non economia astratta.

I settori dove le cooperative giovanili stanno esplodendo

Non esiste un unico profilo di cooperativa giovanile italiana. Il fenomeno attraversa settori diversissimi, e questa varietà è uno dei segnali più interessanti della sua vitalità.

Cultura e comunicazione: cooperative di giornalisti freelance che mettono in comune risorse e clienti, studi grafici autogestiti, collettivi di fotografi. In questo settore, storicamente dominato dalla precarietà più estrema, il modello cooperativo sta diventando un'alternativa credibile alla partita IVA solitaria.

Tecnologia e digitale: sviluppatori e designer che invece di cercare un contratto a tempo indeterminato impossibile da trovare, o di vendersi a una startup con stock option che valgono zero, costruiscono strutture collettive che permettono di lavorare per clienti grandi mantenendo l'autonomia.

Welfare e cura: cooperative di giovani educatori, psicologi, assistenti sociali che gestiscono servizi per l'infanzia, per anziani, per persone con disabilità. In un settore dove il pubblico si è ritirato e il privato puro cerca solo margine, le cooperative stanno riempiendo un vuoto enorme.

Agricoltura e food: il caso forse più visibile, complice anche una certa narrativa romantica sul ritorno alla terra. Ma dietro la romanticizzazione ci sono spesso modelli economici seri, che combinano produzione, distribuzione e vendita diretta in modi che escludono gli intermediari e aumentano i margini per chi lavora.

Le sfide reali (che nessuno dovrebbe nascondere)

Raccontare le cooperative giovanili senza parlare delle difficoltà sarebbe disonesto. Le sfide esistono, e sono concrete.

La prima è l'accesso al credito. Le banche tradizionali continuano a guardare le cooperative con sospetto, soprattutto quelle giovani e senza storia creditizia. Esistono istituti specializzati — come Banca Etica o le cooperative di credito legate al movimento cooperativo storico — ma raggiungerli richiede informazione e connessioni che non tutti hanno.

La seconda è la gestione dei conflitti interni. La governance democratica è potente, ma richiede competenze che non si acquisiscono automaticamente. Prendere decisioni collettive, gestire il disaccordo, affrontare i momenti di crisi senza che tutto imploda: sono abilità che si imparano, e il percorso può essere doloroso.

La terza è la sostenibilità nel tempo. Molte cooperative giovanili nascono con grande energia e si scontrano dopo due o tre anni con la necessità di crescere, di strutturarsi, di fare scelte difficili. Quelle che sopravvivono sono spesso quelle che hanno investito fin dall'inizio nella formazione interna e nel confronto con esperienze più mature.

Il potere economico come strumento politico

C'è una lettura di tutto questo che va oltre l'economia e tocca direttamente la politica. I giovani italiani che fondano cooperative non stanno solo cercando un lavoro migliore. Stanno costruendo basi di potere economico autonomo, che nel medio-lungo termine si traducono in capacità di influenza politica reale.

Una cooperativa radicata nel territorio, che dà lavoro a venti persone, che gestisce un servizio pubblico in convenzione con il comune, che partecipa alle assemblee di quartiere — quella cooperativa ha una voce. Non dipende da un partito, non dipende da un mecenate, non dipende da un algoritmo. Dipende dalla qualità del suo lavoro e dalla solidità della sua comunità.

È un modello di costruzione del potere dal basso che bypassa molti dei meccanismi tradizionali attraverso cui i giovani vengono esclusi dalla politica formale. Non devi aspettare di essere eletto. Non devi aspettare che qualcuno ti coopti. Costruisci qualcosa, lo rendi indispensabile, e a quel punto sei già dentro.

Da dove si comincia

Se dopo aver letto fin qui stai pensando che potrebbe essere qualcosa che ti riguarda, il punto di partenza non è un ufficio pubblico. È una conversazione con le persone giuste.

LegacoopGiovani, la rete giovanile di Legacoop, offre percorsi di accompagnamento alla fondazione di nuove cooperative. Confcooperative ha sportelli territoriali in quasi tutte le province italiane. Esistono incubatori specifici per cooperative giovanili in diverse regioni, spesso finanziati con fondi europei.

Ma ancora prima delle strutture formali, c'è la rete informale: i gruppi che già esistono, le esperienze che si possono visitare, le persone che hanno già percorso questa strada e sono disposti a raccontarla.

L'autogestione economica non è un'ideologia. È una competenza. E come tutte le competenze, si impara.

All Articles

Related Articles

Nessuno ci salverà: la Gen Z italiana ha smesso di aspettare e ha iniziato a costruire

Nessuno ci salverà: la Gen Z italiana ha smesso di aspettare e ha iniziato a costruire

Niente soldi, niente titoli: come i giovani italiani stanno prendendo il potere dal basso

Niente soldi, niente titoli: come i giovani italiani stanno prendendo il potere dal basso

Il carrello della spesa è politica: come la Gen Z sta mettendo in ginocchio le multinazionali

Il carrello della spesa è politica: come la Gen Z sta mettendo in ginocchio le multinazionali