Nessuno ci salverà: la Gen Z italiana ha smesso di aspettare e ha iniziato a costruire
C'è una frase che senti spesso tra i ventenni italiani, detta sottovoce, quasi con vergogna: «Non mi fido più di nessuno». Non dei partiti, non delle banche, non delle grandi promesse elettorali. Non è cinismo da divano — è una conclusione razionale, costruita su anni di osservazione. E da quella conclusione, sorprendentemente, non nasce l'immobilismo. Nasce qualcosa di diverso.
Nasce il fai-da-noi.
La sfiducia come punto di partenza, non di arrivo
I dati parlano chiaro: secondo l'Eurobarometro, l'Italia è tra i paesi europei con i livelli più bassi di fiducia istituzionale tra i giovani. Meno della metà dei under-30 si fida del Parlamento. Ancora meno dei partiti politici. Ma attenzione: questo non significa che la Gen Z si sia arresa. Significa che ha cambiato bersaglio.
Anziché investire energie in strutture che sembrano impermeabili al cambiamento, molti giovani italiani stanno costruendo le proprie. Strutture piccole, spesso informali, radicate in un quartiere o in una città specifica. Strutture che funzionano non perché qualcuno le ha autorizzate, ma perché le persone che le animano ci credono davvero.
È una rivoluzione silenziosa. Non fa notizia come un corteo, non produce dichiarazioni da prima pagina. Ma sta cambiando il modo in cui una generazione intera concepisce la partecipazione civica.
Cooperative, gruppi di acquisto e spazi condivisi: l'economia del noi
Prendi Torino. Nel quartiere di Barriera di Milano — storicamente operaio, oggi multiculturale e in trasformazione — un gruppo di ragazzi tra i 22 e i 28 anni ha aperto uno spazio ibrido: parte laboratorio artigianale, parte sportello di orientamento al lavoro, parte luogo di aggregazione. Nessun finanziamento pubblico iniziale. Solo quote associative, lavoro volontario e una rete di piccole donazioni locali.
«Abbiamo smesso di aspettare il bando giusto», racconta una delle fondatrici. «I bandi arrivano tardi, sono pieni di vincoli assurdi e spesso finiscono per stravolgere il progetto originale. Abbiamo preferito fare meno, ma farlo davvero nostro».
O guarda quello che sta succedendo a Palermo, dove alcune cooperative giovanili hanno iniziato a gestire orti urbani in aree abbandonate, trasformandoli in punti di distribuzione alimentare per famiglie in difficoltà. Il modello è semplice: chi può, contribuisce con lavoro o risorse; chi ha bisogno, riceve senza burocrazia, senza moduli, senza giudizi.
Questi esempi non sono isolati. Sono sintomi di un cambiamento culturale profondo: la riscoperta del mutualismo come strumento politico.
Orizzontalità non è anarchia: come funzionano davvero queste reti
Uno degli stereotipi più duri da sfatare è che le organizzazioni orizzontali siano sinonimo di caos. Chi ha partecipato a qualcuna di queste realtà sa che non è così. L'orizzontalità richiede anzi una disciplina maggiore: decisioni condivise, responsabilità distribuite, comunicazione continua.
Molti di questi gruppi si ispirano — spesso inconsapevolmente — a tradizioni storiche italiane. Il movimento cooperativo emiliano, le società di mutuo soccorso dell'Ottocento, le esperienze dei centri sociali degli anni Novanta. C'è un filo rosso che lega generazioni diverse di italiani che hanno scelto di arrangiarsi insieme invece di delegare.
La differenza, oggi, è la scala e la velocità. I gruppi WhatsApp, i canali Telegram, i profili Instagram diventano infrastrutture organizzative. Una rete di solidarietà che vent'anni fa avrebbe impiegato mesi a formarsi oggi si costruisce in settimane.
Il problema della sostenibilità: quando il volontarismo non basta
Sarebbe disonesto dipingere tutto come un successo. Molte di queste iniziative nascono con grande entusiasmo e muoiono per esaurimento. Il burnout degli attivisti è un problema reale, raramente discusso apertamente. Quando tutto si regge sul volontarismo, i carichi si concentrano sempre sulle stesse persone — spesso le più motivate, paradossalmente quelle che rischiano di più.
Alcune realtà stanno cercando di affrontare il problema in modo creativo. C'è chi ha introdotto turni obbligatori e rotazione dei ruoli, per evitare che si formino gerarchie informali. Chi ha scelto di professionalizzare almeno una parte delle attività, trovando fondi per pagare stipendi dignitosi a chi coordina. Chi ha deciso di limitare consapevolmente le ambizioni del progetto per non sovraccaricare le persone coinvolte.
«La sostenibilità non è solo economica», dice un ragazzo che coordina una rete di supporto scolastico gratuito a Napoli. «È anche emotiva. Dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi mentre ci prendiamo cura degli altri. È la parte più difficile».
Fiducia come infrastruttura: il valore invisibile che tiene tutto insieme
C'è una parola che torna continuamente nelle conversazioni con chi anima queste realtà: fiducia. Non quella cieca e incondizionata che si dà a un'istituzione per abitudine, ma una fiducia guadagnata sul campo, costruita attraverso piccole azioni ripetute nel tempo.
È la fiducia che nasce quando qualcuno ti aiuta a trovare un medico senza chiederti niente in cambio. Quando un gruppo decide collettivamente come usare i soldi del bazar di quartiere e lo fa davvero in modo trasparente. Quando una cooperativa mantiene una promessa anche quando sarebbe più comodo non farlo.
Questa fiducia capillare, molecolare, è forse la risorsa più preziosa che la Gen Z italiana sta costruendo. Non si vede nei sondaggi, non fa titoli, ma è il tessuto connettivo di una società più resiliente.
Cosa possiamo imparare (e cosa possiamo fare)
Se stai leggendo questo articolo e ti riconosci in qualcosa — nella sfiducia, ma anche nel desiderio di fare — ecco alcune cose concrete da cui puoi partire.
Prima di tutto, cerca quello che già esiste nel tuo territorio. Gruppi di acquisto solidale, associazioni giovanili, cooperative sociali, centri comunitari. Spesso non si trovano su Google ma attraverso il passaparola. Chiedi in giro.
Secondo, se vuoi costruire qualcosa, inizia piccolo. Un gruppo di cinque persone che si organizza per condividere le spese dell'affitto o per offrire ripetizioni gratuite ai ragazzi del quartiere è già un atto politico.
Terzo, prenditi cura della governance fin dall'inizio. Decidi come si prendono le decisioni, chi ha responsabilità su cosa, come si gestiscono i conflitti. Le crisi nelle organizzazioni orizzontali arrivano quasi sempre quando queste cose non sono state chiarite.
E infine: documenta e racconta. Le storie di queste realtà devono circolare, devono ispirare, devono dimostrare che un altro modo di stare insieme è possibile. Non aspettare che qualcuno venga a intervistarti — scrivi, posta, condividi.
La generazione che costruisce mentre cammina
La Gen Z italiana non è la generazione del disimpegno. È la generazione che ha capito — a volte con dolore, a volte con lucidità sorprendente — che le grandi strutture non cambieranno dall'oggi al domani. E che nel frattempo bisogna vivere, lavorare, stare insieme, costruire qualcosa di buono.
Non è una resa. È una strategia.
E forse, costruendo dal basso abbastanza a lungo, abbastanza bene, abbastanza insieme — le grandi strutture inizieranno a muoversi anche loro. O saranno semplicemente meno necessarie.