Non voto e lo so: l'astensionismo giovanile come atto politico consapevole
C'è una narrativa comoda, quella che i partiti adorano ripetere ogni volta che le urne si svuotano: i giovani sono apatici, disinteressati, troppo occupati con i telefoni per capire cosa succede nel Paese. È una storia semplice, rassicurante per chi governa, e completamente sbagliata.
Perché sempre più spesso, quando un ragazzo o una ragazza under 30 non si presenta al seggio, non lo fa per distrazione. Lo fa perché ha deciso. E c'è una differenza enorme tra le due cose.
Il voto come moneta: quando vale tenerla in tasca
Pensa al voto come a una risorsa. Una moneta che puoi spendere ogni quattro o cinque anni, e che una volta consegnata non puoi più riprendere. Ora chiediti: daresti quella moneta a qualcuno che non ti ha mai offerto niente in cambio? A qualcuno che ti ha promesso tutto e mantenuto poco, che parla di giovani nei comizi e poi taglia i fondi all'università, che invoca il futuro e approva leggi pensate per il presente dei suoi elettori più anziani?
Questo è il ragionamento che sta dietro a una fetta crescente dell'astensionismo giovanile italiano. Non è nichilismo. È una valutazione costi-benefici, spesso più lucida di quanto i commentatori televisivi siano disposti ad ammettere.
Secondo i dati del Ministero dell'Interno, alle ultime elezioni politiche la partecipazione dei giovani tra i 18 e i 34 anni è stata sensibilmente inferiore alla media nazionale. E i sondaggi che cercano di capire il perché restituiscono risposte precise: mancanza di fiducia nei partiti, sensazione di non essere rappresentati, convinzione che il proprio voto non cambierebbe nulla di sostanziale.
Tre tipi di astensione: non è tutto uguale
Qui bisogna fare una distinzione che spesso manca nel dibattito pubblico. L'astensionismo non è un blocco monolitico. Esistono almeno tre atteggiamenti distinti che finiscono tutti nella stessa casella vuota.
Il disincanto rassegnato. È quello di chi ha smesso di credere che le cose possano cambiare. Non vota perché tanto è inutile, perché il sistema è marcio, perché non c'è niente da fare. Questo tipo di astensione è genuinamente passivo, e non ha nulla di strategico.
Il rifiuto ideologico. È quello di chi considera il sistema elettorale attuale illegittimo, distorto, non rappresentativo. Chi non vota per questa ragione spesso è politicamente attivissimo — nei movimenti, nelle piazze, nell'associazionismo. Il voto non è l'unica forma di partecipazione, e loro lo sanno bene.
La pressione consapevole. È forse la più interessante, e anche la più rischiosa. È quella di chi dice: «Non vi darò il mio voto finché non mi darete qualcosa di concreto in cambio.» Una sorta di sciopero elettorale, con tanto di richieste esplicite. Funziona solo se è organizzato, visibile e accompagnato da una narrativa chiara.
Quando il silenzio parla forte — e quando viene ignorato
Il problema del non-voto come strumento di pressione è strutturale: è invisibile per definizione. I partiti leggono i numeri delle astensioni, certo, ma raramente li interpretano come un segnale di protesta indirizzato. Molto più spesso li liquidano come «giovani che non si interessano alla politica» — e tornano a fare quello che facevano prima.
Perché l'astensione funzioni come leva politica, deve essere accompagnata da qualcosa d'altro. Deve essere rumorosa. Deve essere dichiarata, spiegata, rivendicata. Se non voto e non dico perché, il mio silenzio viene riempito dalle interpretazioni di chi ha interesse a minimizzarlo.
Alcuni movimenti giovanili europei hanno iniziato a sperimentare forme di «astensione attiva»: campagne pubbliche in cui si spiega chiaramente che si sta scegliendo di non votare, si elencano le condizioni che farebbero cambiare idea, si monitora se e come i partiti rispondono. È una pratica ancora rara in Italia, ma non del tutto assente.
Il paradosso: più restiamo fuori, meno ci ascoltano
C'è però un limite reale a questa strategia, e sarebbe disonesto non nominarlo.
Il sistema elettorale italiano premia chi vota. I partiti costruiscono le loro piattaforme guardando ai segmenti di popolazione che si presentano ai seggi con più costanza — e storicamente, in Italia, quei segmenti sono più anziani. Più i giovani si astengono, meno i partiti hanno incentivo a proporre politiche che li riguardino. È un circolo vizioso che si autoalimenta.
Detto in modo brutale: se non votiamo, diventiamo irrilevanti per chi fa le leggi. E le leggi continuano a essere fatte da altri, per altri.
Questo non significa che il voto sia l'unica risposta, né che chi sceglie di non votare abbia torto. Ma significa che l'astensione, da sola, non basta. Ha bisogno di essere parte di una strategia più ampia — che includa l'organizzazione, la pressione diretta sulle istituzioni, la costruzione di alternative reali.
Cosa fare, concretamente
Se sei tra quelli che stanno valutando se andare a votare o meno, ecco alcune domande che vale la pena farti prima di decidere.
Prima: la tua astensione è visibile? Hai modo di farla sapere, di spiegare perché, di agganciarla a richieste concrete? Se la risposta è no, rischi di sparire nel rumore di fondo.
Seconda: stai facendo qualcos'altro? L'astensione come unica forma di engagement politico è una posizione debole. Ma se è parte di un'attività più ampia — militanza, advocacy, pressione locale — acquista un senso diverso.
Terza: stai guardando solo le elezioni nazionali? Le elezioni comunali, regionali, le consultazioni sui bilanci partecipativi, i referendum: ci sono moltissimi livelli in cui il tuo voto pesa in modo più diretto e tangibile. A volte il disincanto verso la politica nazionale offusca opportunità reali più vicino a casa.
Il silenzio che urla — ma deve imparare a farlo meglio
I giovani italiani che scelgono di non votare non sono tutti uguali, e non sono tutti sbagliati. Molti di loro stanno esprimendo qualcosa di legittimo: la stanchezza per un sistema che li esclude, la rabbia per promesse non mantenute, la lucidità di chi sa che un voto dato male è peggio di un voto non dato.
Ma il silenzio, da solo, non cambia niente. Diventa politica solo quando è organizzato, spiegato, rivendicato. Solo quando è accompagnato da azioni concrete. Solo quando chi lo pratica è disposto anche ad alzare la voce — nei consigli comunali, nelle assemblee studentesche, nelle piazze, online.
Noi di Azione Giovani crediamo che la partecipazione abbia molte forme. Il voto è una di quelle più potenti, e spesso sottovalutata. Ma capiamo anche chi ha perso fiducia nel sistema. La nostra sfida — la nostra sfida collettiva — è trasformare quel disincanto in energia, quella rabbia in strategia, quel silenzio in un linguaggio che il potere non possa più ignorare.