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Politici che parlano ai giovani ma non li ascoltano mai: il grande bluff della rappresentanza

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Politici che parlano ai giovani ma non li ascoltano mai: il grande bluff della rappresentanza

Photo: Malthe Engelsted, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui ti accorgi che qualcosa non va. È quando senti un politico cinquantenne salire su un palco, aprire le braccia e dire: «Voi giovani siete il nostro futuro». Applausi. Selfie. Post su Instagram. E poi? Silenzio. Lo stesso silenzio di sempre.

Questa è la bolla della rappresentanza giovanile in Italia: gonfia di retorica, vuota di contenuto. E noi, come generazione, continuiamo a starci dentro — a volte per inerzia, a volte perché non sappiamo ancora come bucarla.

Il linguaggio del potere che esclude

Partiamo da un dato semplice: l'età media dei parlamentari italiani è tra le più alte d'Europa. Alla Camera e al Senato siedono prevalentemente persone che hanno iniziato la loro carriera politica quando internet non esisteva ancora, quando il precariato era un'eccezione e non la norma, quando comprare casa a trent'anni era considerata una scelta normale e non un miraggio.

Non è solo una questione anagrafica, però. Il problema vero è culturale. I politici italiani hanno imparato a parlare di giovani senza mai davvero parlare con i giovani. C'è una differenza abissale tra le due cose, e quella differenza si sente in ogni dichiarazione pubblica, in ogni proposta di legge, in ogni tavolo di consultazione che finisce nel nulla.

Il linguaggio usato è spesso condiscendente senza volerlo essere. Frasi come «dobbiamo dare voce ai giovani» presuppongono che quella voce non esista già — che noi si stia aspettando un permesso per parlare. Ma noi parliamo già, eccome. Semplicemente, non ci ascoltano.

Le promesse che si dissolvono

Ricordate le consulte giovanili? Le commissioni per le politiche giovanili nei comuni? I «patti per i giovani» annunciati con grande clamore da questo o quel governo regionale?

In molti casi, queste strutture esistono sulla carta. Alcune sono persino operative, nel senso che si riuniscono, producono documenti, elaborano proposte. Il problema è che quei documenti finiscono in un cassetto. Quelle proposte non diventano mai legge. Quella partecipazione è, nella migliore delle ipotesi, decorativa.

Non è cinismo dirlo: è osservazione empirica. Basta guardare le politiche concrete degli ultimi vent'anni in materia di lavoro giovanile, diritto allo studio, accesso alla casa, salute mentale. I progressi ci sono stati, certo, ma raramente sono stati il frutto di un ascolto genuino delle istanze giovanili. Più spesso sono stati il risultato di pressioni esterne, di movimenti dal basso che hanno costretto la politica a muoversi.

Perché ci sentiamo invisibili

C'è una ragione strutturale per cui i giovani italiani si sentono esclusi dalla politica istituzionale, ed è legata al sistema stesso dei partiti. In Italia, la carriera politica è ancora in gran parte costruita su reti clientelari, su anni di militanza, su fedeltà a correnti interne. Chi entra giovane in un partito raramente scala posizioni prima dei quarant'anni. E quando finalmente ci arriva, ha già interiorizzato le logiche del sistema che avrebbe voluto cambiare.

Il risultato? Una classe politica che non è mai stata davvero giovane nel senso politico del termine — che non ha mai avuto potere decisionale quando aveva vent'anni, e che quindi non sa cosa significhi averlo o non averlo.

A questo si aggiunge la questione dei media. Le notizie che riguardano i giovani tendono a essere trattate come notizie di costume, non come questioni politiche urgenti. La precarietà lavorativa diventa un problema «sociologico». La crisi degli affitti è un «fenomeno» da analizzare. La salute mentale dei giovani è un «allarme» da segnalare. Ma raramente queste storie vengono tradotte in domande politiche dirette: chi è responsabile? Cosa si può fare? Quali politiche stanno fallendo?

La rappresentanza che costruiamo noi

Detto tutto questo, c'è una trappola in cui non dobbiamo cadere: quella del vittimismo passivo. Sì, il sistema ci esclude. Sì, la politica tradizionale ci strumentalizza. Ma restare fermi ad aspettare che qualcuno ci «includa» è esattamente quello che il sistema vuole.

La vera rappresentanza non arriva dall'alto. Si costruisce dal basso, con pazienza e strategia.

Come? Prima di tutto, occupando gli spazi che esistono già — anche quando sembrano inutili. Una consulta giovanile comunale può sembrare un esercizio di facciata, ma è anche un luogo dove si può imparare come funziona la macchina amministrativa, dove si costruiscono relazioni, dove si può fare pressione in modo documentato e pubblico. Non è il cambiamento rivoluzionario che sogniamo, ma è un tassello.

Secondo: costruire visibilità alternativa. Se i media tradizionali non raccontano le nostre storie, le raccontiamo noi. Se i partiti non ci rappresentano, creiamo spazi politici autonomi — associazioni, reti civiche, liste indipendenti a livello locale. Non è fantapolitica: in molti comuni italiani, liste civiche giovani hanno vinto o hanno ottenuto rappresentanza reale negli ultimi anni.

Terzo, e forse più importante: smettere di chiedere il permesso. Non dobbiamo aspettare che un politico adulto ci «dia voce». La nostra voce c'è già. Quello che dobbiamo fare è amplificarla, organizzarla, renderla impossibile da ignorare.

Rompere la bolla

La bolla della rappresentanza non si rompe con la rabbia — anche se la rabbia è comprensibile e legittima. Si rompe con la presenza, con la competenza, con la capacità di stare nei luoghi del potere senza farsene assorbire.

Si rompe quando un ventenne entra in un consiglio comunale e fa domande scomode basate sui dati. Quando un gruppo di studentesse organizza una campagna che costringe un'università a cambiare le sue politiche. Quando una rete di giovani precari riesce a portare la propria istanza all'attenzione nazionale non attraverso un partito, ma attraverso una mobilitazione intelligente e persistente.

Queste cose succedono già. Non abbastanza, ma succedono. E ogni volta che succedono, la bolla si assottiglia un po'.

Noi di Azione Giovani crediamo che la politica non sia qualcosa che si aspetta: è qualcosa che si fa. E la rappresentanza autentica non è un dono che i politici adulti ci faranno quando saranno pronti. È qualcosa che prendiamo — con intelligenza, con determinazione, con la consapevolezza che il cambiamento vero inizia sempre da chi decide di non stare più a guardare.

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