Non aspettiamo più nessuno: come i giovani italiani si stanno costruendo il futuro da soli
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C'è una scena che si ripete in tutta Italia, da Torino a Palermo, da Bologna a Bari. Un gruppo di ragazze e ragazzi intorno a un tavolo — o a uno schermo, spesso entrambi — che non stanno aspettando la prossima legge delega, il prossimo piano nazionale, la prossima promessa elettorale. Stanno costruendo qualcosa. Adesso. Con quello che hanno.
Potremmo chiamarla rassegnazione travestita da pragmatismo. Invece è qualcosa di molto più interessante: è una generazione che ha capito, forse prima di qualsiasi altra, che lo stato italiano — almeno su certi temi — non arriverà in tempo. E che quindi conviene muoversi senza aspettarlo.
Il clima non aspetta i decreti
Partiamo dall'ambiente, perché è lì che la distanza tra urgenza reale e risposta istituzionale è più evidente e più dolorosa.
Mentre il dibattito politico nazionale si inceppa ogni volta che si parla di transizione ecologica — tra lobbying delle fossili, emendamenti notturni e rinvii strategici — decine di realtà giovanili hanno deciso di agire sul territorio. Non con le candele in piazza, ma con progetti concreti.
A Milano, un collettivo di under 30 ha trasformato un'area dismessa in un orto urbano condiviso, collegato a un sistema di compostaggio di quartiere che coinvolge già ottanta famiglie. Non hanno aspettato il bando del comune: hanno occupato — legalmente, con una concessione temporanea strappata dopo mesi di pressione — uno spazio che altrimenti sarebbe rimasto cemento e degrado.
In Calabria, una cooperativa agricola nata da ragazzi tornati al Sud dopo anni di università al Nord sta sperimentando pratiche di agricoltura rigenerativa su terreni che i loro nonni avevano abbandonato. Il modello è semplice ma radicale: produzione locale, filiera corta, prezzi giusti per i produttori. Niente di rivoluzionario sulla carta, dirompente nella pratica.
Sono storie che non fanno notizia sui grandi giornali. Ma che moltiplicano, silenziosamente, un modello alternativo di fare economia e abitare il territorio.
Lavoro: quando il mercato ti esclude, crei il tuo
Il tema del lavoro precario è forse quello dove la distanza tra retorica politica e realtà quotidiana brucia di più. Generazione NEET, giovani che fuggono all'estero, contratti a termine che si rinnovano all'infinito senza mai diventare qualcosa di stabile: la narrazione è nota. Meno nota è la risposta che una parte di questa generazione ha scelto di dare.
Le cooperative giovanili sono in crescita, soprattutto nel settore dei servizi culturali, dell'educazione e della comunicazione. Non sono la soluzione a tutto — e chi le vive sa benissimo quanto siano faticose da mandare avanti — ma rappresentano un tentativo serio di costruire forme di lavoro che abbiano dignità, governance orizzontale, redistribuzione reale dei proventi.
A Bologna, una cooperativa di giovani grafici e comunicatori lavora esclusivamente con realtà del terzo settore e movimenti sociali, applicando tariffe solidali e reinvestendo parte degli utili in formazione interna. A Roma, un gruppo di educatori under 35 ha fondato un'associazione di promozione sociale che gestisce spazi di doposcuola nei quartieri periferici, finanziandosi attraverso un mix di contributi pubblici, donazioni private e quote associative. Fragile? Sì. Ma vivo.
La precarietà non scompare con queste esperienze. Ma si trasforma: da condizione subita a scelta — almeno in parte — consapevole. E questa differenza, psicologicamente e politicamente, non è piccola.
Diritti: le battaglie che le istituzioni rimandano, la società civile le vince
Sui diritti civili l'Italia ha un problema cronico: una politica che arranca sempre dietro a una società che cambia molto più in fretta. Il matrimonio egualitario, la legge sul fine vita, i diritti delle persone trans, la cittadinanza per chi è nato qui da genitori stranieri: sono tutte questioni che il parlamento italiano continua a rinviare, diluire, bloccare.
Nel frattempo, però, qualcosa si muove lo stesso. Non per grazia delle istituzioni, ma grazie a chi non ha smesso di fare pressione, educare, costruire spazi sicuri e reti di supporto.
I gruppi giovanili LGBTQ+ in città piccole e medie — quelli che non fanno il Pride nazionale ma organizzano il Pride di Lecce, di Cuneo, di Reggio Calabria — stanno cambiando la percezione pubblica di queste tematiche molto più di qualsiasi campagna istituzionale. Creano visibilità dove non c'era. Costruiscono comunità dove c'era solitudine. E spesso, nel farlo, trascinano anche le amministrazioni locali verso posizioni più avanzate.
Allo stesso modo, i movimenti studenteschi che lottano contro il bullismo omotransfobico nelle scuole non aspettano che il Ministero dell'Istruzione emani linee guida (che probabilmente non arriveranno). Formano peer educator, creano sportelli di ascolto, organizzano assemblee. Fanno politica concreta, anche se non la chiamano così.
Il vero cambiamento non ha un ufficio stampa
C'è un filo comune che attraversa tutte queste storie. Non è l'ideologia — le realtà di cui parliamo vengono da tradizioni diverse, hanno linguaggi diversi, a volte si ignorano o si guardano con diffidenza reciproca. Il filo comune è l'approccio: smettere di aspettare che qualcun altro risolva il problema e iniziare a costruire la soluzione, anche parziale, anche imperfetta.
Questo non significa che lo stato non conti. Significa che aspettare passivamente che lo stato si muova — su clima, lavoro, diritti — è un lusso che questa generazione non può permettersi. Le scadenze climatiche non si spostano. La precarietà erode le vite adesso. I diritti negati fanno male oggi.
E allora si costruisce. Si occupa uno spazio, si fonda una cooperativa, si organizza un Pride, si apre uno sportello. Si fallisce, si ricomincia, si impara. Si costruisce ancora.
Cosa possiamo fare noi, adesso
Se stai leggendo questo articolo e ti riconosci in questa generazione — che sia perché sei arrabbiato, o speranzoso, o entrambe le cose insieme — la domanda concreta è: da dove si inizia?
Non esiste una risposta universale, ma ci sono alcune cose che funzionano quasi sempre. Prima di tutto, guardarsi intorno: spesso le realtà che fanno già cose interessanti esistono, ma non le conosciamo perché non hanno il budget per comunicare. Cercarle, contattarle, offrire quello che si sa fare.
Secondo: non aspettare di avere tutto chiaro. Le cooperative nate meglio non avevano un business plan perfetto. I collettivi che hanno cambiato qualcosa non avevano una strategia di comunicazione elaborata. Avevano un problema da risolvere e la voglia di risolverlo insieme.
Terzo: documentare e raccontare. Ogni progetto che funziona, ogni piccola vittoria, ogni esperimento riuscito merita di essere reso visibile. Non per vanità, ma perché il contagio delle buone pratiche è uno degli strumenti più potenti che abbiamo.
Il governo non arriverà a salvarci. Ma forse non ne abbiamo bisogno. Forse stiamo già imparando a salvarci da soli — e nel farlo, a costruire il paese che vogliamo abitare.