Figli del debito, costruttori del futuro: come la Gen Z italiana sta riscrivendo le regole dell'eredità
C'è una conversazione che si ripete in milioni di famiglie italiane, quasi sempre a cena, quasi sempre con un tono tra il nostalgico e il rimproverante. "Ai nostri tempi si trovava lavoro, si comprava casa, ci si sistemava." Forse è vero. Forse no. Quello che è certo è che quella stagione è finita — e i conti li stiamo pagando noi.
La Gen Z italiana ha ereditato un Paese con un debito pubblico che supera i 2.800 miliardi di euro, un mercato del lavoro dove il 28% degli under 30 è disoccupato o sottoccupato, un patrimonio ambientale saccheggiato per decenni e un mercato immobiliare dove comprare casa in una grande città è diventato un privilegio da upper class. Non è una lamentela: sono dati. E i dati, si sa, non si smontano con la nostalgia.
Ma qualcosa sta cambiando. Silenziosamente, capillarmente, con una creatività che nessun commentatore televisivo sembra disposto a raccontare, una parte consistente della nostra generazione ha smesso di aspettare che qualcuno ripagasse il debito morale accumulato, e ha cominciato a costruire alternative concrete.
Il peso dell'eredità: non solo soldi
Quando si parla di "eredità negativa", si pensa subito al debito pubblico. Ed è giusto farlo: ogni italiano nasce con circa 47.000 euro di debito sulle spalle, una cifra che aumenta ogni anno mentre i servizi pubblici si sgretolano. Ma il debito che la Gen Z si trova ad affrontare è molto più articolato.
C'è il debito ambientale: decenni di cementificazione selvaggia, di sussidi ai combustibili fossili, di politiche agricole intensive hanno lasciato un territorio fragile, un clima impazzito e una biodiversità in picchiata. Le alluvioni in Romagna, gli incendi in Sicilia, la siccità nel Po non sono eventi isolati — sono la cartella esattoriale di scelte politiche che qualcuno ha fatto e altri dovranno pagare.
C'è il debito abitativo: i mutui agevolati degli anni '70 e '80 hanno permesso a intere generazioni di acquistare casa con stipendi modesti. Oggi, con salari fermi e prezzi alle stelle, comprare un bilocale a Milano o Roma richiede un anticipo che la maggior parte dei trentenni non ha mai visto nemmeno in banca. Il risultato? Il 68% degli under 35 italiani vive ancora con i genitori — non per scelta, ma per necessità.
C'è, infine, il debito di rappresentanza: le istituzioni italiane sono tra le più anziane d'Europa. L'età media dei parlamentari sfiora i 50 anni, quella dei sindaci delle grandi città è ancora più alta. Le politiche vengono fatte da chi non vivrà le conseguenze di lungo periodo. E questo non è un dettaglio.
Non aspettiamo l'eredità: ce la costruiamo
Eppure, in questo scenario che potrebbe facilmente generare solo paralisi o fuga, stanno emergendo risposte concrete e spesso sorprendenti.
Prendiamo il tema della casa. In tutta Italia stanno proliferando esperienze di cohousing giovanile: gruppi di ragazzi che mettono insieme risorse — non solo economiche, ma anche competenze, reti, tempo — per acquistare o ristrutturare immobili collettivamente. Non è una moda hipster: è una risposta razionale a un mercato che li esclude. A Torino, Bologna, Napoli e in decine di centri medi, queste comunità abitative stanno diventando anche laboratori politici, luoghi dove si sperimentano forme di governance orizzontale e si costruisce coesione sociale.
Sul fronte ambientale, la risposta giovanile va ben oltre i Friday for Future. Giovani agricoltori under 35 stanno rilevando terreni abbandonati e convertendoli all'agroecologia. Comunità energetiche rinnovabili — previste e incentivate dal decreto legislativo 199/2021 — stanno nascendo in quartieri periferici e piccoli comuni, spesso guidate da ventenni e trentenni che hanno capito che autoprodurre energia significa anche sottrarsi alla dipendenza da grandi provider. Non è idealismo: è strategia.
Ricchezza collettiva contro ricchezza individuale
Il cambio di paradigma più radicale, però, riguarda il concetto stesso di ricchezza. La generazione dei nostri genitori ha inseguito la proprietà individuale come misura del successo. Casa di proprietà, macchina di proprietà, risparmio personale. Un modello che ha funzionato — per chi ha potuto permetterselo — in un'epoca di crescita economica sostenuta.
Noi stiamo imparando che in un'epoca di stagnazione e crisi, la ricchezza collettiva può essere più solida di quella individuale. Le cooperative giovanili stanno crescendo: secondo i dati di Legacoop, negli ultimi cinque anni il numero di cooperative fondate da under 35 è aumentato del 23%. Non parliamo solo di cooperative sociali — settore tradizionalmente giovane — ma di cooperative di produzione, di consumo, di servizi digitali.
Il modello è semplice quanto rivoluzionario: quello che non posso permettermi da solo, posso permettermelo con altri. E nel farlo, costruiamo qualcosa che appartiene a tutti noi, che non può essere venduto a un fondo speculativo, che risponde a logiche di comunità e non di profitto.
Rivendicare, non solo sopravvivere
C'è però un rischio in cui non vogliamo cadere: trasformare la necessità in virtù, far sembrare che arrangiarsi sia sufficiente, che il cohousing e le cooperative siano la risposta a problemi che richiedono invece risposte politiche strutturali.
La Gen Z italiana sta imparando a fare entrambe le cose contemporaneamente. Da un lato, costruisce dal basso perché non può permettersi di aspettare. Dall'altro, rivendica con sempre più forza politiche abitative serie, una riforma fiscale che non premi chi ha già e penalizzi chi costruisce, investimenti pubblici massicci nella transizione ecologica, una rappresentanza istituzionale che rispecchi l'età e i bisogni di chi il futuro lo abiterà davvero.
Queste due dimensioni — la costruzione pratica e la rivendicazione politica — non sono alternative: si alimentano a vicenda. Chi ha costruito un cohousing sa come funziona un processo decisionale collettivo. Chi ha avviato una comunità energetica conosce la burocrazia dall'interno e sa dove fare pressione per cambiarla. L'esperienza concreta diventa competenza politica.
Il debito che non pagheremo
C'è un debito che la Gen Z italiana ha deciso, collettivamente e senza troppi proclami, di non pagare: quello della rassegnazione. Il debito culturale che ci vuole passivi, consumatori di un sistema che altri hanno costruito e che altri continuano a gestire nel loro interesse.
Non siamo la generazione del sacrificio silenzioso. Siamo la generazione che ha capito che il sacrificio silenzioso non ha mai cambiato niente — e che il cambiamento, quando arriva, arriva perché qualcuno ha avuto il coraggio di dire basta e di costruire qualcosa di diverso.
Il futuro non si eredita. Si costruisce. E noi abbiamo già cominciato.