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Storie di Cambiamento

Studente o suddito? I diritti che la scuola italiana erode ogni giorno in silenzio

Azione Giovani

Il suono della campanella alle otto di mattina non segna solo l'inizio delle lezioni. Segna anche, in molti istituti italiani, l'ingresso in una zona dove i tuoi diritti fondamentali diventano improvvisamente negoziabili. Non succede con un annuncio ufficiale. Non c'è nessun decreto che lo stabilisce esplicitamente. Succede piano, per accumulo — una circolare qui, un regolamento interno là, una prassi consolidata che nessuno ha mai messo in discussione perché nessuno sapeva che poteva farlo.

Questo articolo è un tentativo di accendere la luce in quell'angolo buio.

Il diritto di espressione: quando la scuola decide cosa puoi pensare (e dire)

L'articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di manifestazione del pensiero a tutti i cittadini. Tutti. Anche a chi ha sedici anni e una media del sei in matematica. Eppure sono numerosi gli istituti italiani dove appendere un volantino non autorizzato dalla presidenza equivale a un'infrazione disciplinare, dove esprimere opinioni politiche durante un'ora libera può portare a una nota sul registro, dove i giornalini studenteschi vengono sottoposti a una revisione preventiva da parte dei docenti.

Queste pratiche non hanno base legale solida. Lo Statuto delle Studentesse e degli Studenti (D.P.R. 249/1998, aggiornato nel 2007) riconosce espressamente il diritto degli studenti a "una formazione culturale e professionale qualificata" e a partecipare "in modo attivo e responsabile alla vita della scuola". La Corte di Cassazione ha più volte ribadito che i regolamenti scolastici non possono comprimere diritti costituzionalmente garantiti.

Se il tuo istituto ha norme che limitano la tua libertà di espressione, hai il diritto di chiedere la base normativa specifica di quella limitazione. In forma scritta. Protocollata. È un atto semplice che, nella maggior parte dei casi, produce effetti immediati.

Il diritto di assemblea: lo spazio che vi stanno restringendo

L'assemblea d'istituto mensile e quella di classe settimanale sono diritti sanciti dalla legge — precisamente dal D.Lgs. 297/1994, il Testo Unico sull'istruzione. Non sono concessioni della dirigenza scolastica. Non sono privilegi che si guadagnano con il buon comportamento. Sono diritti.

Eppure, in molte scuole italiane, le assemblee vengono sistematicamente ridotte, spostate in orari impossibili (ultima ora del venerdì pomeriggio, qualcuno?), condizionate all'approvazione preventiva dell'ordine del giorno da parte del preside, o semplicemente cancellate con motivazioni generiche come "esigenze didattiche".

La storia di Martina, studentessa di un liceo classico di Napoli, è emblematica. Nel 2023 il consiglio di istituto aveva approvato un regolamento che subordinava la convocazione dell'assemblea all'approvazione scritta di almeno tre docenti. Dopo una ricerca autonoma sulla normativa vigente — condotta con l'aiuto di un'associazione studentesca locale — Martina e i suoi compagni hanno presentato un formale ricorso al provveditorato. Il regolamento è stato modificato nel giro di tre settimane.

Cosa puoi fare: Stampa e porta a scuola il testo integrale del D.Lgs. 297/1994, articoli 12-13. Conosci la legge meglio di chi prova a aggirarla.

Il controllo del corpo: abbigliamento, telefoni e la logica della sorveglianza

Il dibattito sulla divisa scolastica in Italia è tornato di attualità negli ultimi anni, con alcune amministrazioni locali che spingono per reintrodurla. Ma al di là della divisa — che ha comunque implicazioni sui diritti individuali degne di discussione — esiste una serie di pratiche più sottili che riguardano il controllo del corpo e degli strumenti personali degli studenti.

Il confisco permanente del telefono, per esempio. La legge italiana prevede che i dispositivi elettronici possano essere limitati durante le lezioni per ragioni didattiche — il che è ragionevole. Ma non prevede che possano essere sequestrati per l'intera giornata, portati in presidenza, o trattenuti fino al ritiro da parte dei genitori. Eppure questa pratica è diffusissima, presentata come norma interna inoppugnabile.

Analogo discorso vale per le regole sull'abbigliamento che vanno oltre la ragionevolezza — divieti di indossare simboli religiosi (questione delicata ma normata), ma anche divieti di capelli colorati, di certi tipi di calzature, di indumenti che "disturbano" senza alcuna definizione chiara di cosa significhi. In assenza di una norma nazionale specifica, questi regolamenti interni si muovono in una zona grigia che spesso viene usata per esercitare un controllo disciplinare che nulla ha a che fare con l'istruzione.

Il diritto di associazione: costruire dentro e fuori le mura

Forse il diritto meno conosciuto — e più potente — è quello di costituire associazioni studentesche con personalità giuridica propria, indipendenti dalla struttura scolastica. La legge 92/1990 e successive modificazioni permettono agli studenti di formare associazioni che possono ricevere finanziamenti, stipulare convenzioni, e interagire con le istituzioni in modo autonomo.

Questo significa che non sei obbligato a passare sempre attraverso i canali ufficiali della scuola per organizzarti. Puoi costruire uno spazio di autonomia reale — non contro la scuola, ma accanto ad essa — che ti permette di fare pressione politica, organizzare eventi, e costruire reti con altri studenti su scala cittadina o regionale.

Alcune delle esperienze più interessanti di attivismo giovanile italiano degli ultimi anni sono nate esattamente così: non dalle assemblee d'istituto, ma da piccoli gruppi che hanno capito come usare gli strumenti legali a loro disposizione per creare spazi di libertà vera.

Una roadmap per riprendersi quello che è vostro

La scuola dovrebbe essere il primo luogo dove si impara cosa significa essere cittadini liberi. Sta a noi — dentro e fuori le aule — fare in modo che lo sia davvero.

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