Quartieri abbandonati, giovani che costruiscono: la rigenerazione urbana che lo Stato non ha fatto
C'è un campo incolto a Bari Vecchia che per anni è stato un angolo di degrado, siringhe e spazzatura. Oggi ci crescono zucchine, pomodori e basilico. A gestirlo è un collettivo di ragazze e ragazzi tra i 19 e i 28 anni che si sono riuniti due anni fa con una semplicissima domanda: "Perché aspettare che lo faccia il comune?"
Non l'hanno aspettato. E non sono soli.
Una mappa del fare: da Nord a Sud
In tutta Italia, la Gen Z sta rispondendo al fallimento della pianificazione urbana con qualcosa di concreto, visibile, trasformativo. Non solo proteste — anche se quelle servono — ma azioni dirette che cambiano la forma fisica delle città.
A Torino, nel quartiere Barriera di Milano, un gruppo di giovani ha trasformato un ex magazzino dismesso in uno spazio culturale autogestito: concerti, laboratori, doposcuola per bambini del quartiere. Il tutto partendo da un comodato d'uso gratuito ottenuto dopo mesi di pressione sul municipio locale.
A Napoli, nel Rione Sanità — uno dei quartieri con il più alto tasso di disoccupazione giovanile del Sud — una rete di under 30 ha avviato un progetto di mappatura degli edifici abbandonati, costruendo una proposta formale di riuso presentata alla Municipalità. Non hanno aspettato che qualcuno glielo chiedesse.
A Milano, la pressione speculativa del mercato immobiliare ha spinto collettivi giovanili a organizzare vere e proprie campagne contro la gentrificazione nei quartieri di Corvetto e Quarto Oggiaro — con assemblee pubbliche, striscioni, ma anche proposte di housing cooperativo alternative ai grandi fondi di investimento.
A Palermo, un gruppo di studenti universitari ha recuperato un giardino pubblico abbandonato in zona Zen, trasformandolo in punto di aggregazione con un piccolo anfiteatro DIY e orti urbani condivisi con le famiglie del quartiere.
Questi non sono casi isolati. Sono sintomi di una generazione che ha smesso di aspettare il permesso.
Perché i comuni falliscono (e perché i giovani no)
La risposta istituzionale alla crisi degli spazi urbani è spesso lenta, burocratica e orientata agli interessi di chi ha già potere. I piani regolatori vengono aggiornati ogni decennio. I fondi per la rigenerazione urbana vengono assorbiti da grandi appalti. Le periferie restano periferie.
I giovani operano in modo diverso:
- Velocità: un collettivo può organizzare un'assemblea in tre giorni, il comune impiega mesi per convocare una commissione.
- Radicamento: chi vive in un quartiere conosce i problemi reali meglio di qualsiasi consulente esterno.
- Creatività a basso costo: la rigenerazione dal basso non richiede milioni di euro — richiede energie, competenze distribuite e reti di fiducia.
- Legittimità sociale: i residenti si fidano di più di chi li conosce che di chi arriva con un progetto calato dall'alto.
Questo non significa che le istituzioni siano inutili. Significa che devono essere costrette a lavorare con i giovani, non invece di loro.
Gli strumenti legali che pochi conoscono
Esistono meccanismi istituzionali che permettono ai cittadini — inclusi i giovani — di prendere in gestione spazi pubblici abbandonati. Uno dei più potenti è il Regolamento per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, adottato da decine di comuni italiani (Bologna è stato il primo nel 2014, seguita da Roma, Palermo, Napoli e molte altre).
In pratica: un gruppo di cittadini può presentare una proposta formale al comune per prendersi cura di uno spazio pubblico — un parco, un edificio dismesso, una piazza degradata — attraverso un patto di collaborazione. Il comune fornisce supporto (a volte anche economico), i cittadini si impegnano a gestirlo.
Altri strumenti utili:
- Bilancio partecipativo (dove attivo): i cittadini votano direttamente su come spendere una quota del bilancio municipale.
- Petizioni popolari per inserire progetti di rigenerazione nei piani urbanistici.
- Associazioni di promozione sociale (APS): registrarsi come APS permette di accedere a contributi pubblici e spazi in comodato.
Rigenerazione urbana come atto politico
C'è qualcosa di profondamente politico nel piantare un pomodoro in un terreno abbandonato dallo Stato.
Non è solo giardinaggio. È un'affermazione di sovranità sul territorio. È dire: questo spazio è nostro, lo abitiamo, lo trasformiamo, non aspettiamo che qualcuno con una valigetta ci venga a dire cosa ci può stare.
La rigenerazione urbana dal basso sfida anche la narrazione dominante sulla gioventù — quella che ci vuole passivi, consumatori, dipendenti dalla benevolenza delle istituzioni o del mercato. Ogni orto collettivo, ogni spazio autogestito, ogni campagna contro la speculazione immobiliare racconta una storia diversa: quella di una generazione che non eredita il mondo, ma lo costruisce.
E lo costruisce con le proprie mani, nei propri quartieri, insieme.
Come iniziare nel tuo quartiere
Non serve aspettare che qualcun altro lo faccia. Ecco un percorso minimo:
- Mappa gli spazi abbandonati nella tua zona — parchi degradati, edifici vuoti, piazze dimenticate.
- Parla con i vicini: chi si lamenta di quello spazio da anni? Chi vorrebbe che cambiasse?
- Cerca il regolamento beni comuni del tuo comune (o spingilo ad adottarne uno).
- Contatta associazioni già attive nel territorio — non reinventare la ruota da zero.
- Presenta una proposta formale al municipio di competenza, anche solo con una lettera firmata da più persone.
Il cambiamento non aspetta i permessi. Comincia con una pala e una riunione.